INTRODUZIONE
In questi giorni di confusione, di smarrimento e di paura, immense
folle che fino a ieri avevano manifestata la più cinica indifferenza
verso Dio, stanno compiendo il grande "ritorno". Ogni
angolo del mondo è stato raggiunto dal soffio vivificante dello
Spirito e in ogni sfera della società riaffiora l’anelito dell’anima
che torna finalmente a Dio.
Questo immenso fenomeno spirituale non è un ritorno alla "religiosità
tradizionale" o una riscoperta della chiesa, della liturgia,
della pratica sacramentale, ma soltanto un profondo desiderio,
anzi un imperioso bisogno di Dio. I credenti cioè non avvertono
la necessità di trovare una nuova collocazione nella loro chiesa
o di avere ancora una volta parte alla vita religiosa con tutte
le sue pratiche e le sue cerimonie, ma soltanto di realizzare
una vera, sensibile comunione con Dio: vogliono la realtà della
Sua presenza nella loro vita, vogliono l’evidenza del soprannaturale
nella loro esperienza.
Non possiamo meravigliarci se per effetto di questo anelito, queste
immense folle di credenti hanno desiderato e cercato una vita
carismatica o, come hanno detto altri, una vita pentecostale.
Tutti hanno dimenticato la posizione di severa critica avuta per
decenni nei confronti di quei movimenti di risveglio che nel nostro
secolo hanno fatto rivivere nel proprio seno i carismi cristiani,
cioè i doni e le manifestazioni dello Spirito, tutti hanno dimenticato
per mettersi alla ricerca proprio di quei doni e per rivivere
esattamente la medesima esperienza.
Noi che siamo stati oggetto di critica e non soltanto di critica
possiamo rallegrarci del cambiamento e rendere lode a Dio il cui
braccio è ancora e sempre teso per salvare, per operare, per manifestare
tutta la Sua potenza. La nostra posizione particolare però ci
fa anche sentire il dovere di esprimere quei consigli che fondati
sulla Scrittura possano valersi dell’autorità e della luce derivanti
dall’esperienza e possano quindi essere di valido aiuto nell’esercizio
della vita carismatica.
Senza ombra di presunzione vogliamo rivolgerci a quanti riconoscono
la necessità di approfondire, anche dottrinalmente, la propria
esperienza pentecostale ed evitare che questa degeneri in un semplice
fenomeno emozionale o si riduca ad una sterile sensazione.
L’argomento è di vastissime proporzioni, ma per ora ci limitiamo
a restringerlo allo studio di un solo particolare della vita carismatica,
quello del dono delle lingue (glossolalia), anche perché, a ragione
o a torto e questo speriamo dedurlo dal nostro studio, questo
fenomeno appare come componente centrale del risveglio pentecostale.
Nella speranza di far cosa grata a tutti i credenti e particolarmente
di recare una fraterna parola chiarificatrice a quanti vengono
denominati "carismatici", "neo-pentecostali"o
"pentecostali" con l’aggiunta delle più diverse definizioni
denominazionali che spesso, quando non ci sconvolgono ci lasciano
perplessi, eleviamo una preghiera perché il vento della Pentecoste
possa spazzare via tutte quelle cose che come elementi di intromissione
cercano di frenare il risveglio nella nostra generazione. Forse
anche noi abbiamo bisogno di una parola chiarificatrice che ci
aiuti a penetrare nell’essenza del problema per sciogliere quelle
riserve o risolvere quelle perplessità che derivano dal moltiplicarsi
degli elementi che rendono sempre più difficile una collocazione
coerente delle componenti di tutti i movimenti citati; gli aneliti,
le aspirazioni, le ricerche sono stati indirizzati verso un autentico
risveglio spirituale? Le esperienze, i fenomeni sono tutti autentiche
manifestazioni dello Spirito?
Mentre esprimiamo una parola di consiglio tentiamo di fare luce
agli altri e a noi, sull’affascinante argomento.
LA GLOSSOLALIA NELLA BIBBIA
La "glossolalia" o "dono delle lingue" viene
presentata dalla Bibbia come componente della vita carismatica
della chiesa. Nel catalogo paolino contenuto nell’epistola ai
Corinzi trova il proprio posto fra i doni che conferiscono capacità
soprannaturale per parlare.
Tutti i doni spirituali conferiscono capacità soprannaturali;
cioè si manifestano, attraverso i credenti non ignorando, ma superando
la loro personalità; intelligenza, azione, parola quando scaturiscono
dallo Spirito rendono il cristiano uno strumento che compie l’opera
soprannaturale di Dio. La glossolalia può essere considerata fra
i doni che in modo più evidente e diretto dimostrano la soprannaturalità
della propria essenza perché essa permette al credente di esprimersi
in "lingue" sconosciute senza l’intervento dell’intelligenza
o della cultura.
Il fenomeno spirituale non può essere studiato e compreso a mezzo
della scienza medica, psicologica o filologica perché appartiene
alla sfera del divino dove la sovranità di Dio si esprime "al
di fuori e al di sopra" alle leggi spirituali conosciute
dall’uomo. I tentativi compiuti dalle varie discipline scientifiche
per interpretare il fenomeno, si sono sempre dimostrati inefficaci.
La "glossolalia" dunque è quel dono spirituale che si
"sostituisce" alla lingua del credente e gli consente
di esprimersi in una "lingua" a lui sconosciuta; ovviamente
la "sostituzione" coinvolge direttamente anche la mente
perché la "parola espressa" rappresenta semplicemente
e per tutti la manifestazione del pensiero. Il glossolalo invece
parla, ma non comprende il proprio discorso, le proprie parole
perché sono "proprie" soltanto entro i limiti dell’uso
delle corde vocali e delle emissioni di fiato cioè entro i limiti
della "partecipazione fisica"; naturalmente c’è di proprio
la disponibilità spirituale. L’essere usato dallo Spirito implica
la realizzazione di una esperienza che anche se non è razionale
è ugualmente edificativa ed edificante; "parlare in lingue"
per lo Spirito costituisce quindi, come vedremo più chiaramente
in seguito, sempre una benedizione.
Che l’uomo possa improvvisamente parlare in una lingua a lui
sconosciuta è ammesso generalmente da molti, ma il fenomeno viene
interpretato nelle più diverse maniere, anche perché, dobbiamo
ammetterlo, si verifica nelle più diverse sfere della vita spirituale
e nelle più diverse forme; ma in questo breve e modesto scritto
intendo affrontare "esclusivamente" il problema della
glossolalia in relazione alla vita carismatica, alla luce della
Scrittura e quindi ignorando gli studi che sono stati compiuti
per affrontare l’argomento da punti di vista profani.
Già nel primo libro della Bibbia viene rapidamente descritto
l’intervento di Dio fra gli uomini che avevano programmato la
costruzione di una città e di una torre che doveva giungere fino
al cielo. L’ambizioso progetto non poteva essere approvato da
Dio che sentenziò:
"…scendiamo e confondiamo la loro favella; acciocché l’uno
non intenda la favella dell’altro…(Gen. 11:7)" il Signore
confuse quivi la favella di tutta la terra (Genesi 11:9).
L’esegesi del passo può farci concludere che in Babilonia ognuno
comprendeva se stesso, ma nessuno comprendeva l’altro, ma comunque
un popolo fino a quel giorno unito da un unico linguaggio diviene
improvvisamente matrice delle più diverse lingue. Non possiamo
certo identificare il "dono delle lingue" col miracolo
di Babilonia o viceversa, ma possiamo però rilevare che quando
il "divino" s’inserisce nell’umano, possono verificarsi
quei fenomeni che molti si ostinano a voler comprendere e spiegare
a livello della ragione.
La Bibbia, dopo il passo ricordato, non torna più a parlare in
maniera esplicita del miracolo delle lingue; personalmente rifiuto
l’interpretazione di alcuni che vogliono vedere in Deut. 28:49
un riferimento alla glossolalia. Questo passo può essere messo
in parallelo con Isaia 33:19 – Salmo 81:5 e Ger. 5:15: sono evidenti
riferimenti a quei popoli stranieri la cui lingua non può essere
compresa in Israele appunto perché "straniera", lingua
però ben compresa dai popoli che la parlano.
Paolo nella prima epistola ai Corinzi cita un passo della "legge"
che rappresenta una profezia relativa alla glossolalia. Sembra
che per "legge" l’Apostolo voglia dire "Antico
Testamento" perché l’unico passo che può essere considerato
corrispondente a quello citato nella epistola è quello contenuto
nel profeta Isaia: "Con labbra balbettanti e con lingue straniere
parlerà a questo popolo" 28:11.
Ma anche questa profezia rimane avvolta da quello ermetismo che
caratterizza gli annunci di realtà che possono avere la loro spiegazione
precisa soltanto quando si compiono. Non possiamo escludere che
la glossolalia possa anche avere avuto un posto ed una manifestazione
nei circoli profetici, specialmente quando si determinavano fenomeni
estatici collettivi (I Sam. 19:20-24) ma questo rimane nel campo
dell’ipotesi e onestamente dobbiamo riconoscere che non si può
compiere una ricostruzione storica basandola sopra congetture
personali.
Vogliamo anzi annotare che neanche Gioele, definito il profeta
dello Spirito Santo, che pure indugia nel parlare delle esperienze
o dei doni spirituali, fa menzione della glossolalia. Queste constatazioni
spiegano perché il soggetto, scarsamente documentato biblicamente,
suscita tante perplessità in quegli studiosi della Scrittura,
che privi di una esperienza carismatica diretta, cercano almeno
l’ausilio di una copiosa letteratura chiarificatrice per comprendere
e quindi spiegare il soggetto stesso.
L’Antico Testamento è avaro di citazioni utili ad approfondire
il problema ed il Nuovo Testamento è stringato, ma ci fornisce
però tutte le indicazioni utili alla comprensione, anche teologica,
di un’esperienza spirituale che diviene completamente chiara quando
il credente la realizza e può confrontarla con la Scrittura.
I quattro Vangeli espongono, completandosi vicendevolmente, la
dottrina dello Spirito Santo; ci fanno conoscere che guida, rivela,
parla per il credente; lo Spirito convince il mondo di peccato,
consola il fedele, lo difende, può essere ricevuto in "misura"
sempre più abbondante, è dato a tutti coloro che Lo desiderano
e Lo chiedono (Lc. 11:13 – Giov. 7:37-39).
L’evangelista Giovanni ricorda le dichiarazioni più solenni del
Maestro in riferimento allo Spirito:-"Chiunque ha sete…chi
crede in me dal suo ventre coleranno fiumi…" "E’ utile
che io me ne vada…Il Consolatore verrà a voi" "Esso
vi guiderà…" (Giov. 7:37-39).
Nonostante quest’abbondanza di materiale di studio, la sola citazione
relativa alla "glossolalia" la troviamo nell’ultimo
capitolo del Vangelo di Marco e, cosa che può apparire sorprendente,
non in riferimento al soggetto dello Spirito Santo, ma a quello
della fede:-Questi segni accompagneranno coloro che avranno creduto…parleranno
nuovi linguaggi (Marco 16:17).
Voglio subito far notare che la glossolalia è indicata come un
"segno" d’identificazione del credente e non come "segno
di riconoscimento del battesimo dello Spirito Santo". I credenti
presentano al mondo, assieme alla loro vita rigenerata e alle
loro opere luminose, l’evidenza di una fede operante: esorcismo,
taumaturgia, glossolalia che si uniranno ad una miracolosa invulnerabilità
che li preserverà dal veleno dei serpenti o da quello delle bevande
mortifere. Non posso chiudere questa parentesi senza aggiungere
che questo verso del Vangelo di Marco illustra una condizione
collettiva e non personale e le operazioni soprannaturali rappresentano
quindi il patrimonio della chiesa, costituito dalla fusione dei
doni e delle esperienze dei singoli credenti (I Cor. 12:11-30).
Questa precisazione non vuole ancora affrontare il problema della
relazione fra battesimo nello Spirito e glossolalia, ma vuole
essere sottolineatura del primo passo neotestamentario relativo
al nostro soggetto.
Dobbiamo giungere a Fatti 2:4 per trovare il passo successivo
e questo c’introduce pienamente nell’argomento perché ci descrive
l’esperienza dei cristiani raccolti nell’Alto Solaio di Gerusalemme.
Io ritengo che questo passo sia il più esauriente non soltanto
nella descrizione del fenomeno all’epoca apostolica, ma anche
nell’illustrarne tanto l’aspetto formale, quanto i contenuti sostanziali.
Voglio ricordare che il titolo di questo scritto è "la glossolalia"
e quindi non posso cedere all’invito di dilatarlo oltre i naturali
confini per entrare nelle allettanti articolazioni della teologia
dello Spirito Santo, ma non posso però sottrarmi da una breve
analisi esegetica delle parole del passo citato e di quelle del
contesto.
I cristiani di Gerusalemme "cominciarono a parlare lingue
straniere secondo che lo Spirito dava loro a ragionare",
dopo che "furono riempiti", ma è anche utile ricordare
le sequenze rapidissime che si susseguirono nel giorno della Pentecoste:
- "Dal cielo" "un suono" "come di vento
impetuoso che soffia" che "riempì tutta la casa".
"Apparvero delle lingue spartite" "come di fuoco"
"sopra ciascuno di loro" "tutti furono ripieni
di Spirito Santo" (Fatti 2:2-3).
Se la Pentecoste viene accettata come modello, come prototipo
del battesimo nello Spirito, deve essere anche accettata come
punto di riferimento per lo studio della glossolalia. Il battesimo
non è solo conoscere lo Spirito, realizzare una azione dello Spirito,
ricevere un’effusione di Spirito, ma è "essere riempiti dello
Spirito" (Fatti 2:4).
Il battesimo è realizzare la forza impetuosa del vento, la luce
risplendente ed il calore del fuoco, la saturazione della personalità
compiuta dalla potenza dello Spirito. Il battesimo è luce, potenza,
vita in una misura che qualifica per il servizio, che rende pronti
per la lotta (Fatti 1:8).
Soltanto in Fatti 2 abbiamo la precisa descrizione degli elementi
che hanno caratterizzata la Pentecoste, ma non è ardito affermare
che questa pagina della Scrittura ci è stata data per fornirci
il modello, la pietra di paragone, per poter sempre individuare
un autentico battesimo nello Spirito. La Pentecoste individuale
o collettiva deve giungere alla glossolalia attraverso il battesimo
e deve manifestare il battesimo nella successione di quelle precise
realtà che possiamo esemplificare o figurare nel vento, nel fuoco…nella
pienezza.
Giustamente ha fatto osservare il Tozer che la promessa espressa
da Gesù in Atti 1:8 "Voi riceverete potenza quando lo Spirito
Santo verrà su di voi", non si riferisce a due realtà separate
"Spirito" e "Potenza", ma ad una sola realtà:
"Spirito, che ha in Se stesso e quindi conferisce Potenza".
Non è possibile quindi realizzare il battesimo nello Spirito,
senza realizzare anche potenza o, come possiamo esprimerci tipologicamente,
senza presenza del vento, del fuoco, della pienezza.
Che l’esperienza del battesimo sia sempre caratterizzata da un’evidenza
sensibile è confermato in modo inequivocabile dal libro dei Fatti,
dalle parole di Pietro: "…ha sparso quello che voi VEDETE
ed UDITE…" Fatti 2:33, agli altri versi:
"…VEDENDO che per l’imposizione delle mani degli apostoli,
lo Spirito Santo era dato…" Fatti 8:18; "…li UDIVANO
parlare lingue e magnificare Dio" Fatti 10:46;
"…lo Spirito Santo venne sopra loro e parlavano lingue strane
e profetizzavano…" Fatti 19:6.
Che questa "evidenza" ci proponga il tema della glossolalia
mi sembra fuori dubbio come fuori dubbio mi sembra che il tema
della "glossolalia" non possa mai essere dissociato
da quello del battesimo nello Spirito. Soltanto la pienezza del
battesimo produce la immediata e quasi irrefrenabile manifestazione
carismatica delle lingue.
Non voglio affermare, sia ben chiaro, che il credente non possa
realizzare e quindi esercitare alcuni doni spirituali anche prima
e senza il battesimo nello Spirito (Luca 10:27), ma voglio soltanto
precisare che il "battesimo" è reso evidente "immediatamente"
perché non può non essere accompagnato da una esuberante manifestazione
carismatica. Anzi voglio far notare, perché sembra che molti l’abbiano
dimenticato, che "quei discepoli che sembravano ebbri…"
Atti 2:13 "ragionavano le cose grandi di Dio…" Atti
2:11
"magnificavano Dio…" Atti 10:46, voglio far notare,
ripeto, che l’evidenza del battesimo non è data soltanto dalla
glossolalia, ma dalla glossolalia unita, potenziata da un fiume
di gloria che sgorga da un credente realmente inebriato dallo
Spirito.
Il "battesimo" non è l’esperienza di un’ora e tanto
meno una manifestazione fredda, priva di emotività e la glossolalia
non è, non può essere, un fenomeno arido che lascia il credente
quasi indifferente. Questo dono dello Spirito, proprio perché
si esprime fuori dalla ragione e quindi della partecipazione intellettuale
del credente, è il più qualificato per suscitare profonde emozioni
tanto in colui che lo esperimenta e lo esercita, tanto in coloro
che lo partecipano dall’esterno.
Ma forse per ora non è tanto importante delineare le caratteristiche
formali e sostanziali del "dono delle lingue", quanto
insistere sulla perfetta biblicità del fenomeno. Annunciato velatamente
nell’Antico Testamento, appare nel Vangelo e viene promesso come
manifestazione carismatica e come segno distintivo della chiesa.
La chiesa degli Atti, dalla Pentecoste in poi, realizza il dono
divino e lo esercita come normale manifestazione della vita cristiana.
L’Apostolo Paolo nella prima epistola ai Corinzi, che è anche
l’unica ad affrontare esaurientemente il soggetto del "culto
comunitario", non soltanto ci fa sapere che il "dono
delle lingue" è presente ed attivo nella chiesa, ma ci fornisce
anche tutte le delucidazioni necessarie a chiarire la "dottrina"
della glossolalia, come particolare di quella più vasta della
vita carismatica della chiesa.
Che il fenomeno non sia tramontato assieme alla chiesa apostolica
è ampiamente provato dalla storia e specialmente dalla "storia
dell’altra chiesa" come uno scrittore ha amato definire la
catena ininterrotta di quei movimenti di risveglio che hanno regolarmente
fatto rivivere nel proprio seno, assieme alle più evidenti manifestazioni
della "grazia", i doni spirituali congiunti o derivanti
da questa.
Nella nostra generazione poi il problema è di scottante attualità
perché riproposto prima dal movimento definito "pentecostale"
e quindi ribadito con vivacità, ma forse anche con imprecisione,
dai tanti movimenti generalmente censiti sotto il nome di "neo-pentecostali"
o quello più ambizioso di "carismatici". E proprio perché
di attualità desidero esprimere il mio pensiero su questo appassionante
problema; sono certo che specialmente per coloro che si affacciano
ora sul vasto orizzonte delle esperienze pentecostali sarà gradito
ascoltare un’opinione che possa aiutare a superare perplessità
o incertezze.
Non credo che ci sia presunzione in questa dichiarazione che vuol
dare soltanto risalto al valore di un’esperienza vissuta nel seno
di un movimento che ha cercato e cerca di esaltare il valore della
vita carismatica.
VALORE DELLA GLOSSOLALIA
L’Apostolo Paolo ringraziava Dio perché aveva ricevuto e possedeva
il dono delle lingue (II Cor. 14:18), eppure molti studiosi moderni
continuano ad affermare che egli giudicava la "glossolalia"
un dono inferiore e ne scoraggiava l’esercizio. Sembra strano
che il grande servo di Gesù Cristo possa con tanto calore ringraziare
Dio per un dono che poi giudica privo di valore e che consiglia
addirittura di accantonare.
L’equivoco e l’incoerenza non sono in Paolo, ma nei suoi interpreti
che analizzano alcune parole contenute nella prima epistola ai
Corinzi partendo da posizioni chiaramente preconcette. L’errore
esegetico è determinato particolarmente da due elementi:
· Dimenticare che Paolo risponde ai credenti di Corinto che hanno
formulato precise domande poste in relazione ad alcune particolari
situazioni locali.
· Fermarsi sopra alcune parole dell’Apostolo e citarle a sostegno
delle proprie tesi, scardinandole dal contesto fino al punto di
interrompere una frase proprio là dove dovrebbe essere completata
per chiarire il pensiero di Paolo.
L’Apostolo nel trattare il problema della vita carismatica è
costretto a riferirsi ad una situazione locale particolarissima;
appare chiaro che nella chiesa di Corinto l’esercizio dei doni
dello Spirito veniva praticata fuori e in opposizione a quei principi
di discernimento e di ordine (I Cor. 12:3; 14:23; 14:40) che sono
essenziali per l’edificazione della chiesa; i credenti di quella
comunità amavano la libera espansione delle loro emozioni e le
più esuberanti e "spettacolari" forme di comunione e
di culto e si abbandonavano di conseguenza alle più incontrollate
manifestazioni carismatiche.
La glossolalia che per le sue caratteristiche intrinseche sfugge
più facilmente ad un controllo e che in misura accentuata offre
uno stimolo emozionale sembra esser stata preferita dai Corinzi
ed esercitata in misura così ampia da togliere spazio non solo
agli altri carismi dello Spirito, ma anche specificatamente al
dono d’interpretazione che rappresenta l’elemento integrativo
delle "lingue". Le riunioni di culto nella comunità,
perduto il controllo e l’ordine, avevano finito anche col perdere
ogni carattere edificativo ed evangelistico e si erano svuotati
di tutti gli elementi indispensabili per essere autentica offerta
a Dio.
Paolo interviene per ricordare:
· Che nella chiesa "tutti" i doni sono stati dati dallo
Spirito e "tutti" devono essere esercitati nello Spirito
(I Cor. 12:11)
· Che i "doni" hanno uno scopo edificativi ed evangelistico
e non devono essere esercitati per soddisfare aspirazioni umane
o per provare sensazioni od emozioni (I Cor. 14:37).
· Che l’esercizio dei doni deve essere disciplinato da un principio
d’ordine che è "opportunità" "avvicendamento"
"equilibrio" (I Cor. 14:31-33)
· Che tutti i credenti devono sentirsi impegnati nella celebrazione
del culto, ma tutti devono essere sottoposti alla guida dello
Spirito (I Cor. 14:26).
Egli si dilunga in modo particolare a parlare del "dono
delle lingue" appunto perché è quello al quale è stato consentito
di invadere il campo ove doveva fiorire la vita carismatica; l’Apostolo
non ordina di sopprimere, ma di ridurre alle misure volute dallo
Spirito l’esercizio della glossolalia.
Le lingue non devono togliere lo spazio alla profezia, alla sapienza,
alla scienza o agli altri doni spirituali, ma devono essere soltanto
una parte di quella "vita" che deve essere manifestata
dalla chiesa, corpo di Cristo (I Cor. 12:27). Come nel "corpo"
ci sono molte membra, diverse l’una dall’altra, così nella chiesa
devono esserci e manifestarsi funzioni che possano integrarsi
vicendevolmente nella loro varietà; tutte contribuiscono all’edificazione
se esercitate non in opposizione o in concorrenza, ma in armonia
con i principi generali dell’ordine.
Per questi motivi, infatti, Paolo conclude: - "Così dunque,
fratelli miei, appetite come a gara il profetizzare e non vietate
il parlar in linguaggi…" (I Cor. 14:39).
Queste parole sembrano quasi dettate dalla preoccupazione di un
possibile equivoco; quello che poteva nascere proprio dal fatto
che l’Apostolo era stato costretto a soffermarsi a lungo sull’argomento
della glossolalia per squalificare il metodo incomposto seguito
dai credenti di Corinto. Non voglio "sopprimere" le
lingue, sembra concludere Paolo, anzi non ostacolatene l’esercizio,
ma vi esorto però a non farne l’elemento esclusivo della vostra
vita carismatica e, soprattutto, vi raccomando di armonizzarle
con l’interpretazione e alternarle con la profezia che avete respinta
fuori dalle vostre riunioni.
Vengo al secondo punto ricordato che è poi quello maggiormente
ricorrente come termine di controversia, cioè all’interpretazione
del passo I Cor. 14:5. Le parole sottolineate dagli esegeti che
cercano di dimostrare la inutilità della glossolalia sono: "…è
maggiore chi profetizza che chi parla in linguaggi...".
L’Apostolo, dicono, compie un confronto qualitativo ed enuncia
una valutazione: c’è un dono che è più importante ed un altro
che ovviamente è meno importante; quindi cerchiamo il primo e
trascuriamo il secondo.
Si può subito osservare che prima di queste parole, Paolo ha
scritto: "Or io voglio che tutti parliate linguaggi…".
Linguaggi come già detto che i credenti di Corinto già parlavano
in misura esuberante ed incontrollata. Si può anche osservare
che anche stabilito un principio di differenziazione qualitativa,
questo principio non provoca l’eliminazione di ciò che è minore,
a totale beneficio di ciò che è maggiore, ma non è su queste osservazioni
che voglio richiamare l’attenzione del lettore, ma proprio sulle
parole di Paolo: …maggiore è chi profetizza che chi parla linguaggi,
SE NON CHE EGLI INTERPRETI, ACCIOCCHE’ LA CHIESA NE RICEVA EDIFICAZIONE.
L’Apostolo è di una chiarezza assoluta: -Se la "glossolalia"
è esercitata disordinatamente, come appunto fra i credenti di
Corinto, cioè collettivamente, senza essere seguita da interpretazione,
perde quella sostanzialità edificativi che deve avere e diviene
inferiore alla profezia ed anche ad ogni altro carisma, ma SE
è seguita dall’interpretazione e riceve quindi la giusta collocazione
nella vita spirituale della chiesa, riacquista interamente il
proprio valore che è poi lo stesso valore di "ogni"
dono dello Spirito.
E’ impossibile compiere una classificazione dei "doni"perché
la loro validità è in relazione alle esigenze spirituali della
chiesa e all’opera del ministero cristiano e se è vero che qualche
volta l’esorcismo (Atti 16:18) deve essere il primo posto è altrettanto
vero che questo deve essere dato in altra occasione alla taumaturgia
(Atti 14:10) o alla profezia (Atti 21:11) o a qualsiasi altra
qualificazione carismatica.
Nelle riunioni di culto, nel senso strettissimo del termine,
devono esserci e devono alternarsi: salmo, linguaggi, rivelazione,
interpretazione, profezia…(I Cor. 14:26-29) e tutte queste componenti
devono essere considerate ugualmente valide e complementari per
l’offerta di un culto a Dio e per l’edificazione della chiesa.
Questo passo della Scrittura risponde ad un’altra osservazione
negativa fatta da alcuni che, per squalificare la "glossolalia",
fanno notare che nel catalogo paolino questa, insieme all’interpretazione,
è collocata all’ultimo posto.
La tesi è di una fragilità che rasenta la puerilità e viene subito
demolita dal verso ora citato e che pone la glossolalia esattamente
al centro delle manifestazioni carismatiche ricordate e trasferisce
addirittura la profezia all’ultimo posto. D’altronde nell’elencare
realtà di uguale valore cosa si può fare per non collocarne uno
all’ultimo posto? Ma che la cronologia letteraria non abbia sempre
il carattere di discriminazione è affermato da un altro passo
della epistola ai Corinzi: - "Tre cose durano al presente:
fede, speranza e carità…ma la maggiore di esse è la carità"
(I Cor. 13:13). Sì! Proprio quella che si trova collocata all’ultimo
posto.
No, Paolo non vuole svuotare del proprio valore il dono delle
lingue perché per lui: "è dato dallo Spirito per ciò che
è utile ed opportuno…" (I Cor. 12:7). Permette di parlare
con Dio e ragionare misteri in Spirito (I Cor. 14:2). La glossolalia
edifica il credente…(I Cor. 14:4), edifica la chiesa quando ha
il suo naturale complemento (I Cor. 14:5).
La glossolalia è nel credente spirito di preghiera, fonte di gioia,
impulso di esaltazione; è un "segno" che accompagna
la chiesa nel ministerio evangelistico. L’Apostolo è felice di
possedere, in misura copiosa questo carisma e vuole che la chiesa
non soltanto realizzi il dono, ma lo eserciti regolarmente, e
chiede soltanto che non sia trasformato in un mezzo per esaltare
emozioni disordinate che finiscono sempre per soffocare la vita
ordinata della comunità e quindi anche l’armonico ed equilibrato
uso dei doni spirituali largiti da Dio.
In conclusione, l’Apostolo non vuole sbiadire ma mettere a fuoco
per esaltare il dono delle lingue che egli possiede e che desidera
per la chiesa a condizione, naturalmente, che questa lo sappia
e voglia usare in sottomissione all’ordine dello Spirito.
LA GLOSSOLALIA PER IL CREDENTE E PER LA CHIESA
Il dono delle lingue, non ha soltanto una finalità edificativi
per la chiesa, o uno scopo evangelistico per il non credente,
ma anche una alta funzione nutritiva per il cristiano che lo possiede
e che quindi può esercitarlo nell’ambito della propria vita devozionale
privata. Per questo motivo Paolo rendeva grazie a Dio per il possesso
del prezioso carisma e per questo stesso motivo credenti e ministri,
nel corso della storia cristiana, fino ai giorni nostri, hanno
reso testimonianza della gioia realizzata nell’esercizio della
glossolalia.
"Parlare in altre lingue" mentre tutta la vita si eleva,
a mezzo dell’adorazione e della preghiera, procura una dolcissima
sensazione che non rimane "fine a se stessa", ma arricchisce
interiormente la personalità del credente.
L’Apostolo Paolo espone didatticamente le ragioni profonde che
stabiliscono il rapporto "glossolalia – benedizione"
ed io desidero soffermarmi brevemente su queste ragioni perché
l’esame, anche rapido, permette di riconoscere il valore di questo
dono che molti cercano di squalificare.
Chi parla linguaggi non parla agli uomini, ma a Dio… I Cor. 14:2
Spero che nessuno voglia mettere in dubbio la preziosità del dialogo
con Dio; parlare a Dio o parlare con Dio vuol dire sempre raggiungere
un livello che ci distanzia dalle circostanze e dalle cose che
vogliono assorbirci e ci permette anche di estraniarci alle nostre
debolezze naturali; è il bramato incontro col Padre nelle sfere
celesti che ci sono state schiuse in Cristo.
L’esperienza ricordata da Paolo non ha nulla in comune con la
preghiera meccanica, fredda, distaccata che può essere esercitata
sul binario di una liturgia stereotipata e che non produce nessun
effetto spirituale nella personalità del credente. Il "glossolalo"
che parla a Dio realizza sensibilmente la presenza di Dio ed è
saturato, si può dire, tanto dall’atmosfera di gloria che lo circonda,
quanto dalla potenza celeste che sgorga, attraverso le sue labbra,
dal suo cuore.
"Nessuno l’intende" ed egli stesso non comprende il
significato del suo discorso, quindi la sua mente rimane estranea
ed infruttuosa, eppure egli proferisce misteri nello Spirito.
Una cosa è posta in evidenza: il glossolalo esprime un "discorso"
celeste e questo discorso è volto a Dio, quindi stabilisce un
rapporto reale, concreto, intimo con il cielo e tutto questo non
soltanto appare chiaro dalla dichiarazione di Paolo, ma anche
dall’esperienza che il credente realizza nell’esercizio personale
e privato del dono.
La mente rimane infruttuosa, ma la vita interiore viene ugualmente
benedetta e da questa benedizione alla fine viene esaltata anche
la mente. Ogni incontro con Dio eleva e perfeziona l’esperienza
del credente e quindi anche l’incontro al quale non partecipa
la ragione, si conclude con un processo edificativi che investe
la intera personalità e, ovviamente, illumina anche la mente.
D’altronde, l’esperienza ci insegna che anche indipendentemente
dalla glossolalia incontri con Di, nelle sfere celesti, ci conducono
ad un colloquio che non è di parole; avvertiamo distintamente
l’incapacità ad esprimere, con la nostra lingua, col nostro vocabolario,
certi sentimenti spirituali che vorremmo tradurre in discorso
ed allora preferiamo parlare con i "palpiti del cuore"
e col "calore dell’anima" cioè col linguaggio del sentimento
che non è linguaggio razionale o che non è sempre linguaggio razionale.
Parlare con la stessa lingua dello Spirito, anche quando questa
è incomprensibile, vuol dire realizzare in un modo più profondo
quel rapporto che permette al credente di aprirsi a Dio, elevarsi
a Dio, abbandonarsi a Dio; non sono le parole, gli argomenti che
edificano, ma il conseguimento di una comunione che è nello stesso
tempo "comunicazione" e "mettere cose in comune"
e quindi rende l’esperienza dolce e benefica.
Ma la glossolalia oltre ad essere discorso generico è anche
Orazione nello Spirito (I Cor. 14:14)
L’Apostolo Paolo afferma, nell’Epistola ai Romani che "noi
non sappiamo pregare come si conviene…" (Rom. 8:26) e perciò
lo Spirito "interviene" per noi con "sospiri ineffabili".
I sospiri diventano espressione, discorso e questi sospiri, vogliamo
ricordare, procedono dallo Spirito; non possiamo quindi sorprenderci
se l’intervento dello Spirito invece di concludersi semplicemente
con i sospiri si manifesta attraverso la glossolalia.
Chi ha esperimentato il dono delle lingue, esercitato in funzione
di orazione, sa bene e può rendere testimonianza che si sente
veramente un "orante" nella profonda consapevolezza
che anche la sua intercessione a Dio, per sé e per altri, è preghiera
efficace (Giac.5:16).
Non deve sembrare strano che si possa pregare con parole che,
in quanto sconosciute ed incomprensibili, escludono la nostra
mente dall’intercessione; la preghiera è assolutamente esercizio
di fede, manifestazione di amore e tutti sappiamo molto bene che
queste virtù non nascono dalla mente ed anzi qualche volta esistono
e si esprimono in opposizione ad ogni speculazione razionale.
Noi non sappiamo sempre che cosa dobbiamo chiedere, ma sappiamo
che dobbiamo chiedere cose che siano accettevoli a Dio e quindi
qualche volta, nella comunione dello Spirito Santo, offriamo sull’altare
fede ed amore e il Consolatore aggiunge le parole misteriose,
come l’angelo aggiunge profumi alle orazioni di tutti i santi
(Apocalisse 8:3).
Giovanni, nel passo ricordato, ci dice che il "fumo dei profumi"
salì dalla mano dell’angelo nel cospetto di Dio.
Anche qui non sono le parole, le frasi ben composte che ascendono
al cielo, ma è il profumo stesso, che l’angelo ha sparso generosamente
sopra le orazioni; sembra proprio che la Scrittura voglia ricordarci
che Dio gradisce l’offerta provveduta da Lui e che deve trovare
soltanto vasi preparati per riceverla e per renderla (I Cor. 29:14).
La nostra partecipazione si deve realizzare nei limiti e nei modi
voluti dallo Spirito.
E’ stato detto che l’orazione in lingue è qualche volta necessaria
affinché preghiamo per esigenze a noi sconosciute; non possiamo
pregare razionalmente quando Dio stesso ci vuole usare come strumenti
d’intercessione a favore di credenti, ministri o missioni di cui
forse ignoriamo l’esistenza.
L’ipotesi è molto interessante, ma andrebbe sviluppata nella
direzione di un approfondimento dell’essenza della preghiera e
questo ci porterebbe troppo lontano dal soggetto immediato di
questo scritto.
La stessa cosa si può dire a riguardo dell’ipotesi espressa da
un noto revivalista inglese che affermava, forse troppo categoricamente,
che lo Spirito ci fa pregare sovente in lingue per impedire al
diavolo di comprendere e quindi di ostacolare le nostre richieste
(Dan.10:12,13). Le "lingue" in questo caso diventerebbero
una specie di "codice" per neutralizzare le azioni del
nemico.
Non affronto i due argomenti perché, come detto, richiederebbero
uno sviluppo ed una dilatazione dell’argomento fuori dello schema
che mi sono proposto, ma non posso non osservare che l’uno e l’altro
suscitano perplessità e quindi devono essere ricordati soltanto
per incoraggiare quanti sono interessati a considerare il problema
sotto tutti gli aspetti.
Fuori dalle "ipotesi" rimane la realtà, ampiamente esperimentata,
di una vera, profonda comunione con Dio realizzata e sempre realizzabile
in preghiera nell’esercizio del dono delle lingue.
Quante volte il credente nella propria vita devozionale, inizia
una conversazione con Dio o una preghiera a Dio con le proprie
parole e poi penetrando sempre più profondamente nello spirito
dell’orazione si accorge che le parole si sono esaurite o sono
diventate inutili e vengono sostituite dai sospiri ineffabili;
dai sospiri ineffabili alle "lingue" il passaggio è
facile e frequente ed il credente, in tal caso, non si chiede
qual è il significato delle parole che sgorgano dalle sue labbra
perché "sente" che esse sono "sonorizzazione"
dei suoi più intimi sentimenti, sono la preghiera del cuore.
La glossolalia, discorso, preghiera può essere ed è nell’esperienza
spirituale:
Lode a Dio (II Cor. 14:15,16)
Credo che non sia difficile comprendere che per lodare Dio non
siano sempre necessarie parole intelligibili; possiamo lodarLo
con la musica, come la natura Lo loda con il canto degli uccelli
o con lo stormir delle foglie. Se questo è vero, e nessuno può
metterlo in dubbio, ne consegue che lodare Dio, per impulso dello
Spirito Santo significa raggiungere un livello certamente più
elevato di quello che si raggiunge accettando semplicemente dei
suggerimenti liturgici o seguendo il binario della nostra ragione,
o le note del pentagramma.
Sottolineare in senso negativo che il "glossolalo" non
sa quali espressioni di lode usa per magnificare Dio, significa
avere una concezione soltanto formale del culto spirituale che
specialmente quando è individuale deve essere esercitato per esprimere
quanto di più profondo, di più intimo si vuole offrire a Dio.
Le parole, la ragione, come ripetutamente detto, non sono sempre
i mezzi più idonei per raggiungere questo risultato che invece
può essere pienamente conseguito quando un fenomeno carismatico,
come quello della glossolalia, sembra portare in superficie e
far traboccare i tesori più preziosi dell’anima per poterli "spandere"
in offerta d’amore sull’altare della fede.
L’esperienza mi ha insegnato che quelle parole oscure, quelle
frasi misteriose acquistano un significato non alla mente, ma
al cuore; esse interpretano fedelmente quello stato interiore
che si vuole esprimere, gli danno un suono, una melodia.
Fin qui mi sono limitato a scrivere relativamente all’azione
edificativi della glossolalia nell’esperienza personale e privata
del credente, ma non ho voluto, seguendo questo schema, svuotare
questo dono prezioso del suo valore edificativi per la comunità.
La "glossolalia" fa parte di pieno diritto e a parità
di valore con gli altri del catalogo carismatico che elenca i
nove doni dati dallo Spirito alla "chiesa" e se è vero
che rappresenta una benedizione nella vita privata dell’individuo
è altrettanto vero che può essere definita una ricchezza per la
comunità.
L’Apostolo Paolo raccomanda di non ostacolare coloro che parlano
in lingue (I Cor. 14:39); ricorda che nelle riunioni di culto
devono esserci dottori, profeti e glossolali (I Cor. 14:26). Per
quanto riguarda la disciplina cultuale esorta a "far parlare
due o tre profeti…" e nella medesima maniera a far "parlare
due o tre glossolali…" (I Cor. 14:27-29).
Questi riferimenti biblici sono estremamente chiari e fanno luce
su una pagina della storia del cristianesimo, quella che tratta
della vita carismatica nell’età apostolica. Non è vero, come affermano
certi critici superficiali e frettolosi che il miracolo delle
lingue si è compiuto eccezionalmente nel giorni della Pentecoste
per capovolgere gli effetti di Babilonia (Gen. 11:7; Atti 2:8)
anzi esso si è inserito nella vita spirituale della chiesa come
componente integrale ed integrativa della vita carismatica (I
Cor. 12:10).
Come ai giorni apostolici, il dono delle lingue può e deve essere
disciplinatamente esercitato nella chiesa cristiana odierna. Per
"disciplina" dobbiamo intendere quella sottomissione
alla guida divina che si manifesta nell’ordine e nell’equilibrio
di una sana e veramente edificativa vita carismatica.
Il primo principio di ordine nell’uso del dono delle lingue è
di carattere quantitativo: "parlino due o tre al più";
il secondo di carattere cronologico: "uno dopo l’altro"
ed il terzo di carattere integrativo: "…ed uno interpreti".
Queste norme non hanno bisogno di molte spiegazioni, la glossolalia
non deve monopolizzare la riunione di culto, ma deve essere soltanto
una parte proporzionata di questo; specialmente per i credenti
di Corinto che si erano quasi totalmente donati all’uso spettacolare
e disordinato di questo carisma il richiamo all’ordine rappresentava
l’esortazione a considerare e risolvere il problema entro le linee
di una vita spirituale armonica e benefica.
Forse il medesimo richiamo è valido oggi per certi movimenti carismatici
che fanno della glossolalia l’unico elemento d’espressione nelle
loro riunioni di culto.
E’ comprensibile come ai nostri giorni il dono delle lingue possa
esercitare un’attrazione come la esercitava nella chiesa di Corinto,
e rappresentare un mezzo per far esplodere le emozioni dei credenti;
ma, ovviamente, come ieri Paolo così oggi, per la medesima parola,
dobbiamo dichiarare esplicitamente che tutto ciò è fuori ed in
conflitto con l’ordine stabilito da Dio.
Il messaggio in lingue deve essere chiaro nella dizione ed espresso
in un’atmosfera di riverenza e di attenzione assoluta: "uno
dopo l’altro" esclude che si possano dare due messaggi contemporaneamente
od un messaggio che si confonda e si perda in mezzo al parlare
di tutti. Il controllo delle proprie emozioni dovrebbe essere
un principio generale e costante ed almeno dovrebbe avere una
rigida attuazione nel momento che un carisma si manifesta in una
riunione di culto; il "messaggio" non deve essere soffocato,
disturbato o anche soltanto mescolato a voci e rumori che potrebbero
turbare quell’equilibrio spirituale che è indispensabile per la
realizzazione degli effetti della vita carismatica,che è e deve
essere sempre vita di edificazione reciproca, quindi benedizione
collettiva.
L’attività del "glossolalo" deve essere, sempre, e
anche questo è un principio di ordine, sincronizzata con quella
dell’"interprete" e quindi, se l’interprete manca, deve
essere sospesa sia pure in attesa che sia suscitata dallo Spirito
l’indispensabile attività complementare. Ovviamente il credente
e la comunità possono chiedere a Dio la manifestazione del dono
necessario, cioè quello dell’interpretazione (I Cor. 14:13).
Superati questi aspetti formali del soggetto, posso entrare nel
merito della questione: la glossolalia come mezzo di edificazione
della comunità (I Cor. 14:5). Il parallelo stabilito da Paolo:
"…se non che egli interpreti acciocché la chiesa ne riceva
edificazione…" autorizza una logica conclusione e cioè che
la "glossolalia" integrata dall’interpretazione, esprime
un messaggio che può essere assomigliato alla profezia e come
la profezia può svolgere una funzione didattica.
Quando esprime un messaggio che s’indirizza agli in convertiti,
sempre che sia seguito dall’interpretazione (I Cor. 14:23), si
trasforma oltre che per il suo contenuto sostanziale anche per
il suo aspetto formale, in un segno chiaro, evidente della soprannaturalità
(I Cor. 14:22) del servizio cristiano; quando invece vuole essere
ammaestramento alla chiesa, può "anche" essere, come
sembra dirci Paolo, lode, ringraziamento, preghiera, e non soltanto
queste.
Il messaggio in lingue "non è" un sermone come non lo
è neanche la profezia; in una riunione di culto possono esserci
due o tre "messaggi" con relativa interpretazione, due
o tre profezie; se ognuno di questi messaggi fosse un sermone
non basterebbe il tempo per predicarli tutti o non ci sarebbe
spazio per l’esercizio di tutti gli altri doni e particolarmente
per "rivelazione" "scienza" "dottrina"
(I Cor. 14:6) oppure: "insegnamento" "esortazione"
(Romani 12:7,8).
Il profeta deve esercitare il proprio carisma in proporzione
alla propria fede (Romani 12:6) e la stessa cosa si può dire del
glossolalo, ma in ambedue i casi questo limite non può, non deve
giungere all’usurpazione del tempo che deve rimanere a disposizione
del ministero del pastore, del dottore o di coloro che possono
esortare o manifestare un altro qualsiasi dono spirituale. Quindi
o che s’indirizzi agli in convertiti o che parli ai credenti il
messaggio in lingue deve essere espresso entro i limiti di un
discorso conciso, rapido, puntualizzato probabilmente sopra un
solo pensiero. Mi rendo perfettamente conto che queste conclusioni
esegetiche sono più il risultato di un metodo deduttivo che non
di interpretazioni bibliche, ma voglio precisare che esse si valgono,
entro certi limiti, delle esperienze personali realizzate nell’ambito
del movimento pentecostale che può essere considerato, secondo
la definizione di un emerito studioso di storia del cristianesimo,
quel giovane movimento evangelico che ha saputo in questo secolo
far rivivere nel proprio seno i carismi dello Spirito.
"Parlino due o tre ed uno dopo l’altro…" Torno sull’inciso
di Paolo per far osservare un’altra volta la relazione ed il parallelo
che egli stabilisce con la profezia che deve essere esercitata
per edificare, esortare, consolare (I Cor. 14:3) e deve essere
esercitata da tutti, affinché tutti imparino e tutti siano consolati
(I Cor. 14:31). La glossolalia "da sola" deve cedere
il passo alla profezia, ma quando è esercitata ordinatamente assieme
all’interprete, spoglia ogni aspetto di subordinazione e raggiunge,
almeno così mi sembra la stessa funzione e gli stessi risultati
della profezia; anzi, tenendo presente che sempre esiste ed esisterà
nella chiesa una carica di emotività religiosa, la glossolalia
per il suo particolare aspetto può talvolta suscitare reazioni
positive ed ottenere adesioni ancora più profonde di quelle raccolte
dalla profezia.
Ma perché non parlare direttamente in un linguaggio intelligibile?
A questa domanda posta da critici irriducibili si può rispondere
semplicemente che lo "Spirito" opera come vuole e non
possiamo mai discutere o contestare la sovranità di Dio i cui
metodi riflettono sempre la Sua assoluta sapienza, il Suo perfetto
equilibrio, anche quando ci lasciano perplessi.
Invece di tentare una risposta ad una domanda che appare se non
sacrilega almeno irriverente, voglio fermarmi a considerare alcune
manifestazioni della "glossolalia" nel contesto delle
normali riunioni di culto; manifestazioni che suscitano spesso
una serie di interrogativi quali non pretendo dare una risposta
definitiva, ma che desidero prendere in considerazione almeno
per iniziare quello che in seguito potrà essere un dialogo.
Gli scarni insegnamenti della Scrittura non affrontano in modo
diretto ed esauriente il fenomeno carismatico nella molteplicità
delle sue manifestazioni, ma l’esperienza pone tutti, ma specialmente
coloro che hanno possibilità di spaziare oltre i confini di una
singola comunità, davanti a caratteristiche così varie e così
diverse da non poter fare a meno di cercare spiegazioni che chiariscano
e concilino la mutevole manifestazione del dono delle lingue.
Possiamo forse attribuire la laconicità della Parola di Dio proprio
al proposito di suggerire l’interpretazione della vita carismatica
della chiesa non entro schemi ristretti e repressivi, ma entro
i confini spaziosi della libertà dello Spirito.
Ma veniamo ai casi pratici:
· Frequentemente il messaggio in lingue è un discorso caldo,
sonoro, di pochi minuti che viene seguito a breve distanza di
tempo dall’interpretazione espressa da un credente diverso, qualche
volta invece l’interpretazione del messaggio viene data dallo
stesso glossolalo, quasi a continuazione del discorso in lingue.
· Non è raro il caso, inoltre, che ad un messaggio di una determinata
lunghezza faccia riscontro il discorso interpretativo di lunghezza
notevolmente più breve o notevolmente più lunga.
· Qualche volta fra il glossolalo e l’interprete si stabilisce
una specie di dialogo ed il messaggio in lingue viene espresso
ed interpretato frase per frase.
· Ma quello che suscita maggiormente perplessità nelle comunità
è l’assenza dell’interprete, quando invece è presente ed attivo
il glossolalo; si ode un discorso in lingue, nitido, conclusivo,
ma l’attesa non viene interrotta da quella che dovrebbe essere
la voce dell’interprete.
Potrei anche continuare perché la casistica si presenta particolarmente
ricca, ma fermiamoci a considerare le manifestazioni ricordate
e che sono, d’altronde, le più frequenti nelle chiese pentecostali
dei nostri giorni. Non c’è molto da dire sul primo caso perché
si presenta sotto il profilo del più classico ed ortodosso esercizio
del carisma: il glossolalo esprime il proprio messaggio ed un
altro lo segue dandone l’interpretazione in lingua intelligibile;
anche l’interpretazione resa dallo stesso glossolalo può essere
considerata perfettamente biblica alla luce delle parole di Paolo
in I Cor.14:5.
Sul secondo caso, invece, si possono dire molte cose che si muovono
entro i limiti dell’esperienza, delle congetture e dei confronti
biblici. Prima di tutto si può ricordare che le capacità espressive
di una lingua non possono mai essere misurate col metro di altra
lingua; "anche" fra lingue umane quello che può essere
detto con poche altre parole o addirittura con una concisa "espressione
idiomatica" in una lingua, ha bisogno, probabilmente, di
un lungo discorso in altra lingua, Daniele 5:25-28 è un esempio
biblico di questa affermazione.
Inoltre bisogna ricordare che l’interprete non è un"traduttore"
ma semplicemente uno strumento che deve esprimere ed applicare
un messaggio la cui sostanza può essere concentrata in un discorso
di lunghezza variabile. Non si può escludere a priori che possa
anche esserci il caso di assoluta mancanza di relazione fra le
due cose perché una od ambedue, fuori della guida dello Spirito.
Il discernimento spirituale, la diligenza di colui che presiede
dovrebbe in questi casi riportare l’ordine nell’esercizio dei
doni. Ma un emerito studioso della materia, il defunto Donald
Geè, ha prospettato anche un’altra ipotesi e cioè che il discorso
intelligibile di lunghezza notevolmente diversa dal messaggio
in lingue possa essere non l’interpretazione di questo, ma l’esercizio
del dono della profezia e in questo caso la glossolalia avrebbe
avuto soltanto la funzione di "eccitare" lo spirito
del profeta. Questa ipotesi, come qualsiasi ipotesi, potrebbe
essere posta in discussione se non altro per il fatto che sembra
conferire alla glossolalia una funzione che la qualificherebbe
e quindi ne autorizzerebbe l’esercizio anche in assenza dell’interprete.
Ma come si può sapere in anticipo, si chiedono molti, se nelle
comunità è sempre presente un interprete? Questa domanda apre
la prospettiva ad un aspetto particolare del problema, cioè quello
del possesso e dell’esercizio dei doni.
Se accettiamo il principio che i doni dello Spirito vengono ricevuti
e quindi possono essere esercitati in forma "permanente",
la soluzione del problema è estremamente semplice: la comunità
"può conoscere" quali doni e a quali credenti sono stati
largiti dallo Spirito e quindi può vivere la propria vita carismatica
in rapporto alle risorse spirituali esistenti nella chiesa e in
un certo senso inventariate dalla chiesa.
Non mancano versi dell’epistola ai Corinzi che sembrano sostenere
questa tesi e credo che sia onesto ricordarli:
…"Quando voi vi radunate, avendo ciascuno di voi, chi salmo,
chi dottrina, chi linguaggio, chi rivelazione, chi interpretazione…"
(I Cor.14:26).
"Tutti hanno il dono delle potenti operazioni? Tutti i
doni delle guarigioni? Parlano tutti diverse lingue? Sono tutti
interpreti?…" (I Cor.12:30).
Di fronte a questi passi però ce ne sono altri che sembrano
affermare la stessa tesi, generalmente accettata nel seno delle
comunità pentecostali, dell’estemporaneità nell’esercizio del
"dono". Secondo questa tesi, "tutti" nelle
riunioni comunitarie possono esperimentare "tutti" i
doni e cioè essere di volta in volta glossolalo, profeta, interprete…In
"potenza" ogni credente battezzato nello Spirito possiede
tutti i doni, ma nelle riunioni di culto "ognuno" è
sospinto dallo Spirito in armonia con un programma che può variare
di volta in volta nella disposizione delle manifestazioni e nelle
persone guidate ad esercitare i doni. Questa tesi naturalmente
compie una distinzione fra il "ministerio" che è sempre
qualificazione a carattere permanente: apostolo, profeta, evangelista,
pastore, dottore, e il "dono" che è invece qualificazione
a carattere transitorio, per quanto riguarda l’attività carismatica
della comunità.
Alcuni passi vengono citati per confortare la tesi di un processo
di avvicendamento nell’esercizio dei doni sono:
· Appetite come a gara i doni migliori (I Cor.12:31)
· …appetite come a gara i doni spirituali, ma principalmente
che voi profetizziate (I Cor.14:1)
· Così ancor voi poiché siete desiderosi di doni spirituali
cercate di abbondare, per l’edificazione della chiesa (I Cor.14:2)
· Se dunque, quando tutta la chiesa è radunata "tutti"
parlano linguaggi… (I Cor.14:23)
· Poiché "tutti", ad uno ad uno, possiate profetizzare…
(I Cor.14:31).
Come già detto, questi ed altri passi sembrano affermare l’estemporaneità
del culto cristiano e non soltanto in relazione ai fenomeni spirituali,
ma anche alle persone. I credenti dovrebbero unirsi senza uno
schema liturgico prestabilito, ma con una completa disponibilità
tanto collettiva, quanto personale all’azione dello Spirito e
quindi dovrebbero essere pronti per essere mossi ed usati da Dio
nel modo voluto da Lui.
In questo caso il possesso e l’uso del dono è strettamente collegato
alla riunione e colui che in una assemblea esprime un messaggio
in lingue, può in altra assemblea essere interprete o profeta;
tutti possono essere di volta in volta strumenti con caratteristiche
diverse.
Spero di essere abbastanza chiaro da far comprendere ai miei lettori
che non cerco di dogmatizzare, ma di delineare onestamente il
problema nei suoi due aspetti principali lasciando ad ognuno di
approfondire e tentare la via della soluzione del problema stesso.
Tornando al soggetto lasciato in sospeso, possiamo chiederci:
- Se i doni si manifestano in maniera varia in ogni singola riunione
e se ogni credente può, usato dallo Spirito, esercitare di volta
in volta doni diversi, come si può sapere se si manifesterà il
dono dell’interpretazione e come farà quindi il glossolalo a regolarsi
se esercitare o non esercitare il proprio dono?
La risposta che viene data più comunemente è questa: se dopo
un messaggio in lingue non segue l’interpretazione, non devono
essere dati altri messaggi per la manifesta assenza dell’interprete.
Ma anche questa dichiarazione ha i suoi lati discutibili perché
sembra ignorare le ipotesi di un "messaggio" che non
è stato seguito da interpretazione semplicemente perché non procedeva
dallo Spirito, oppure di una "interpretazione" che non
è stata data per carenza di fede e quindi di franchezza da parte
dell’interprete.
Ma forse una risposta più precisa e più convincente ci viene da
un’altra ipotesi che è questa: . E’ vero che i "doni"
dello Spirito possono essere esercitati da tutti, è vero quindi
che nella chiesa può esistere varietà e avvicendamento, ma è almeno
probabile che questa varietà possa verificarsi non in relazione
ad ogni singola riunione, ma in rapporto a "periodi"
più o meno lunghi di tempo. Il glossolalo potrà anche essere interprete,
profeta o taumaturgo, ma conserverà almeno per un periodo una
sua precisa fisionomia carismatica e quindi presentarsi alla chiesa
con una chiara personalità che consenta anticipatamente di conoscere
quali sono le risorse spirituali della comunità, ma in tal caso
la varietà si armonizza con la libertà e la volontà dello Spirito,
ma non è strettamente collegata con ogni singola riunione, e se
questa si svolge, ogni volta, senza uno schema liturgico anticipatamente
programmato, ha però una precisa risorsa di doni già conosciuti
(I Cor.14:26).
Se questa ipotesi è ugualmente discutibile è però in misura
notevole confermata dall’esperienza comunitaria; credo che tutti
abbiamo notato che "dono delle lingue" o "profezia"
o altri doni vengono generalmente esercitati da quei fedeli che
ripetutamente manifestano lo specifico carisma, almeno fino a
tanto che non si compie un processo di avvicendamento col sorgere
di altri profeti, glossolali, interpreti.
Ho già risposto al quesito: - Può il glossolalo dare personalmente
l’interpretazione? Ma ripeto: - L’esercizio carismatico in perfetto
equilibrio prevede un interprete diverso dal glossolalo (I Cor.14:27),
ma la Scrittura non esclude il possesso e l’uso contemporaneo
dei due doni (I Cor.14:5,13); quando esiste questa condizione,
il messaggio in lingue può essere espresso in piena libertà da
chi sente di essere anche interprete.
L’altro quesito: - Può il messaggio essere espresso in periodi
intercalati dall’interpretazione e quindi sembrare più in dialogo
che un discorso?
Devo confessare che non riesco a trovare nella Scrittura una risposta
esplicita a questa domanda che d’altronde si riferisce a casi
infrequenti e che rappresentano perciò rarissime eccezioni. Oso
dire che questa eventualità può essere accettata come viene accettata
"ogni" eccezione e naturalmente va vagliata come si
deve "vagliare" ogni manifestazione spirituale (I Cor.14:29).
Ritorna quindi l’argomento relativo all’esigenza del "discernimento"
e della più illuminata diligenza della presidenza (Rom.12:8),
dell’ortodossia di certi principi fondamentali (I Cor.12:3) e
soprattutto di una completa sensibilità di spirito dell’intera
comunità. Il "messaggio" autentico al pari della corrispondente
interpretazione, deve essere riconosciuto dall’assemblea non soltanto
per la biblicità o per l’ortodossia del discorso, ma anche per
l’inequivocabile essenza spirituale.
O esortazione, o riprensione, o incoraggiamento, o appello, il
messaggio deve avere in se stesso una potenza capace di raggiungere
i cuori e riscaldarli o metterli in crisi. In parole più semplici
e più pratiche, l’esercizio della glossolalia deve avere sempre
un risultato edificativo e non semplicemente un fine emozionale
che è quanto di più epidermico possa essere realizzato nella chiesa.
La conclusione ormai è stata anticipata: il dono delle lingue
è prezioso sia nella vita privata del credente, sia nella vita
comunitaria dove può essere utile tanto per l’edificazione del
popolo di Dio, quanto per l’evangelizzazione degli in convertiti.
E’ superfluo ripetere che questo prezioso dono non deve essere
esercitato in maniera incontrollata per soddisfare esigenze emotive,
ma ordinatamente, nella guida dello Spirito che nella radunanza
lo vuole collegato con il dono dell’interpretazione e nel contesto
di tutti gli altri doni spirituali, perché fare della "glossolalia"
l’esclusiva manifestazione della vita carismatica della chiesa
significa non soltanto fare del denominazionalismo puerile, ma
anche privarsi delle ricchissime risorse dello Spirito Santo.
AUTENTICAZIONE DELLA GLOSSOLALIA
Personalmente ho realizzata l’esperienza del battesimo nello
Spirito con l’evidenza carismatica della glossolalia in maniera
veramente esuberante e posso aggiungere che tutti, indistintamente,
coloro che ho veduto immersi nel battesimo pentecostale hanno
parlato in "lingue straniere", però voglio precisare
che non tutti coloro che ho udito parlare lingue incomprensibili
erano veramente battezzati nello Spirito. Quindi il battesimo
manifesta le "lingue", ma non sempre le "lingue"
derivano dal battesimo ed anzi devo aggiungere, con profondo rammarico,
che negli anni più recenti si è accentuata la tendenza a ricercare
le "lingue" piuttosto che il battesimo nello Spirito.
Credo di aver detto abbastanza chiaramente che la glossolalia
deve essere realmente un fenomeno dello Spirito Santo per essere
definito un carisma pentecostale e quindi bisogna essere assolutamente
sicuri che non ci siano contraffazioni, imitazioni accettate troppo
frettolosamente e superficialmente come un "segno" del
battesimo celeste.
Recentemente mi è stato riferito che un filologo canadese ha eseguito
uno studio analitico sui fenomeni glossolologi delle comunità
pentecostali ed ha concluso che quelle che si parlano non sono
vere "lingue" perché assolutamente prive di una sintassi.
Ovviamente si può rifiutare a priori il giudizio di questo grammatico
e concludere che egli non è qualificato ad analizzare lingue soprannaturali
che in quanto tali possono anche avere una sintassi parallela
a quella delle lingue umane, ma non si può neanche escludere che
l’emerito studioso sia rimasto disorientato dalle tante manifestazioni
di "cacofonia" che sembrano abbondare in questi giorni
in ogni circolo ove si vive o si dice di vivere una vita carismatica.
Se invece un discorso fluido, scorrevole, cariato, si ode soltanto
dizione meccanica di suoni ricorrenti, spesso duri, esplosivi;
suoni che frequentemente sono identici e ripetuti da tutti i sedicenti
glossolali, è naturale che uno studioso, e non soltanto lui, rimanga
perplesso di fronte all’incomprensibile e disordinato fenomeno.
Eppure oggi non soltanto nel mondo definito neo-pentecostale
o carismatico, ma anche in quello del pentecostalismo classico,
si tende a fare sempre meno distinzione fra l’autentico "dono
delle lingue" e un qualsiasi fenomeno fonetico. Non dobbiamo
quindi meravigliarci se s’incontrano folle di "carismatici"
che si autodefiniscono tali e che testimoniano di una pretesa
esperienza pentecostale, ma che continuano a professare dottrine
in conflitto con la Bibbia e ad esercitare pratiche esplicitamente
condannate dal cristianesimo, e questo è vero particolarmente
fra i così detti neo-pentecostali.
Non dobbiamo neanche meravigliarci se esiste una generazione
pentecostale, molto esuberante sotto il profilo liturgico, che
ignora completamente la "potenza" del battesimo nello
Spirito e non realizza il frutto che dovrebbe caratterizzare la
vita cristiana di quanti hanno esperimentato il fuoco, il vento,
la saturazione dell’Alto Solaio. Forse oggi molti ministri e molte
comunità sentono troppo interesse per le "statistiche",
troppo desiderio di raggiungere e reclamizzare strepitosi risultati
e quindi non si preoccupano eccessivamente di effettuare quel
controllo spirituale che deve sempre e per ogni cosa evitare l’ingresso
di elementi estranei nella vita del credente e della comunità.
Quest’appunto s’indirizza particolarmente a coloro che avanzano
pretese dommatiche nella definizione di certi aspetti formali
della vita carismatica, ma perdono tropo spesso di vista i contenuti
sostanziali della vita cristiana in generale e dell’esperienza
pentecostale in particolare.
Non si può e non si deve ignorare che il fenomeno della "glossolalia"
può essere suscitato anche da "spiriti" infernali, e
quello più frequente della "cacofonia", può derivare
facilmente da suggestione, emozione incontrollata, influenza psicologica,
quando addirittura non è risultato di direttive impartite da ministri
poco scrupolosi o poco illuminati.
Principio di quest’ultima affermazione per precisare che più
volte mi è stato riferito che ci sono non pochi "revivalisti"
che chiedono ai credenti raccolti in preghiera di dimenticare
la propria lingua e ripetere, assieme a loro, le frasi misteriose
che sono pronti ad insegnare per dare l’inizio al discorso in
lingue e quindi per "produrre il segno" che possa testimoniare
dell’esperienza del battesimo pentecostale. Naturalmente non soltanto
io, ma ogni onesto credente rifiuta questo metodo che, oltre ad
essere in aperto conflitto con la Scrittura, sembra offendere
ogni principio di serietà e di dignità cristiana.
Se il ministerio esercitato da coloro che ho ricordato rappresenta
un’ombra nel movimento pentecostale, nulla di meglio emerge dall’attività
di quanti cercano di sfruttare elementi psicologici e mi riferisco
a quei predicatori che riescono a "riscaldare l’ambiente"
e a suscitare le emozioni più violente senza entrare nelle vere
sfere della fede. Non poche volte durante le così dette "campagne
di risveglio" o campeggi cristiani si registrano e quindi
"reclamizzano" "battesimi pentecostali" che
purtroppo però non apportano quasi mai un beneficio alle comunità
o ai singoli credenti; anzi, nel maggior numero dei casi, l’esperienza
si esaurisce nel corso di pochi giorni o addirittura di poche
ore.
Quelle "lingue" non possono trarre in inganno una
chiesa provvista di discernimento e quei "battesimi"
non possono essere confermati in un sano ambiente pentecostale,
ma coloro che accettano quelle lingue sono pronti anche ad accettare
e difendere i "battesimi" senza accorgersi che il fenomeno
è stato soltanto il risultato di una eccitazione che in quanto
collettiva ha potuto addizionare o addirittura moltiplicare gli
effetti conseguenti all’emozione provocata con abilità da quei
predicatori che riescono a far piangere, ridere o esultare toccando
semplicemente le corde del sentimento umano cioè sfruttando il
più semplice dei metodi psicologici.
Voglio anche ammettere che in questa attività ministeriale non
ci sia "malafede", ma l’ammissione non modifica il giudizio
relativo ai risultati e può soltanto far concludere che tutto
viene fatto e tutto viene conseguito a livello di una superficialità
che dimentica, che vuol dimenticare, che le "realtà spirituali"
sono realtà sacre e devono perciò essere realizzate con impegno
onesto e con sincerità responsabile.
Le falsificazioni della glossolalia si verificano e non infrequentemente,
anche nella sfera della suggestione imitativa; ho già accennato
a "suoni ed esplosioni fonetiche" ricorrenti in gruppi
di credenti, uniti anche formalmente nell’esperienza delle "lingue".
Vicini gli uni agli altri sono giunti a comunicarsi vicendevolmente
l’espressione delle proprie emozioni, attraverso la ripetizione
incessante di quei suoni che alla fine sono riusciti a sostituirsi
alle proprie parole. E’ un processo molto simile a quello che
viene conosciuto col nome di "lavaggio del cervello"
e che non può assolutamente essere accettato come azione dello
Spirito Santo.
Ancora una volta bisogna ripetere: "E’ lo Spirito che "porta"
le (vere) lingue e non sono le lingue che portano lo Spirito e
dobbiamo perciò guardarci e difenderci dalla tentazione che può
colpire tanto il ministro, quanto il credente e che induce ad
avere a tutti i costi e con tutti i metodi il "segno"
delle lingue. Cerchiamo il battesimo dello Spirito e quando questa
esperienza sarà realizzata, le lingue, le vere lingue, verranno
spontaneamente perché saranno espresse dalla Persona divina che
ha preso possesso del credente.
L’argomento delle imitazioni e delle falsificazioni non può essere
chiuso senza ricordare che alla glossolalia celeste è anche contrapposta
la glossolalia satanica; anche il diavolo può suscitare un fenomeno
che esteriormente può assomigliare al "dono" spirituale
del quale parliamo. Ho ricordato in altra parte che un antico
rituale nell’istruire gli esorcisti e nel fornire informazioni
relative al modo di riconoscere l’esistenza di una vera possessione
demoniaca, cita fra i diversi "segni" quello di "una
lingua straniera e misteriosa parlata dall’indemoniato senza che
questi l’abbia studiata o la conosca".
Il rituale romano non ricorda che questa è soltanto un’ipotesi
e quindi generalizzata, ma devo ammettere che nel dare queste
indicazioni si riferisce ad una realtà che non può e non deve
essere ignorata. Benché devo respingere energicamente le conclusioni
di alcuni autori moderni che per determinata ostilità nei confronti
del movimento pentecostale, hanno fatto di "questa ipotesi"
la sola possibile nella spiegazione del fenomeno delle lingue,
non posso escluderla dalle tante da prendersi in considerazione
e non soltanto perché accetto la dichiarazione di Lutero: "Satana
cerca di essere la scimmia di Dio", ma perché l’esperienza
personale mi ha confermato che l’inferno cerca introdursi nella
chiesa attraverso il canale della vita carismatica e in modo particolare
attraverso al falsificazione e le imitazioni della profezia, della
glossolalia e della taumaturgia.
Abbiamo quindi una ulteriore ipotesi delucidativi a riguardo
del problema che ci turba in questi giorni, quello della macroscopica
incoerenza esistente in certi circoli carismatici dove di fronte
a presunti fenomeni spirituali, fanno riscontro aberrazioni dottrinali
e morali assolutamente incompatibili con una autentica esperienza
cristiana.
Se col "parlare in lingue" non si manifesta in maniera
parallela l’evidente presenza dello Spirito che è "potenza"
di conoscenza, di santità, di servizio, di amore, c’è ampia ragione
di dubitare della genuinità del fenomeno e se poi assieme alla
glossolalia appare addirittura l’immoralità più sfrontata e l’eresia
più provocatoria, non c’è da essere audaci nell’individuare nella
manifestazione fonetica una sottile astuzia del diavolo.
Oggi, purtroppo, non sono molti i circoli cristiani, comunità
o associazioni, che avvertono il bisogno di "discernimento
spirituale" per penetrare fino all’essenza della vita e dei
fenomeni; sembra quasi che si tema l’analisi che potrebbe mettere
in evidenza l’esistenza di troppo "paglia e stoppia"
(I Cor.3:12) che si aggiungono con molta fretta sopra il fondamento
cristiano per far crescere rapidamente una costruzione che si
sviluppa in maniera inconsistente fra l’euforia ed il rumore.
In quanto al "rumore", anche se non è quello del cielo,
è tenuto in grande considerazione e per molti rappresenta il necessario
distintivo che qualifica la comunità ed il credente.
Il "dono delle lingue" autentico non è mai una specie
d’inceppamento vocale, non è mai arida ripetizione di una sola
frase misteriosa, non è mai imitazione di suoni emessi in un circolo
eccitato, non è mai fredda dizione, non è mai discorso oscuro
che provoca turbamento spirituale. Il "dono delle lingue"
è fluire dolce, caldo di un discorso che anche se incomprensibile
sgorga come un fiume di gloria che esalta, magnifica Dio e benedice,
assieme al glossolalo, coloro che lo circondano; è il discorso
dello Spirito Santo e quindi non può non avere quelle caratteristiche
che dimostrino la presenza e l’azione della Persona divina.
E’ importante considerare sempre e considerare a fondo il problema
della relazione fra il battesimo nello Spirito e "il dono
delle lingue" che è poi la stesa relazione fra il battesimo
ed ogni altro carisma dello Spirito, affinché non si giunga alle
troppo facili soluzioni di vedere la "glossolalia" dove
la glossolalia non c’è o di ravvisare il battesimo pentecostale
dove questo è assente nel modo più assoluto. La Pentecoste è un
"vento impetuoso", un "fuoco ardente", un
"fiume di parole straniere", e soprattutto "potenza
soprannaturale" e non deve perciò essere confusa con quelle
manifestazioni che qualche volta vengono suscitate soltanto per
dare prestigio al ministero o al programma di sedicenti revivalisti.
In ogni circolo carismatico devono essere desiderati e ricercati
tutti i doni spirituali e quindi non deve essere dimenticato quel
dono di "discernimento" che permette di penetrare il
misterioso mondo spirituale per distinguere con vera precisione
i fenomeni che si manifestano. "Provate gli spiriti…"
(Giov.4:1) deve essere considerata una raccomandazione attuale
e non soltanto per difendere la chiesa da quelle interferenze
o invadenze che possono manifestarsi nell’esercizio del culto
e particolarmente nella ricerca e nell’uso del dono delle lingue
che sembra prestarsi in maniera particolare, per la propria fisionomia
formale, alle falsificazioni o alle approssimazioni; mi sia consentito
anche quest’ultimo termine che vuole riferirsi ad esperienze spirituali,
a stati quasi estatici, o piuttosto euforici che provocano spesso
una reazione emotiva e che si manifestano anche con fenomeni fonetici
che alcuni interpretano come dono delle lingue.
Forse non era esagerata la prudenza dei "padri" del
movimento pentecostale che esprimevano una conferma del battesimo
nello Spirito soltanto quando il credente si trasformava in un
"torrente di gloria" di "acqua viva"; (Giov.7:37)
un torrente di lingue, chiare, fluide, variate che riusciva a
far scendere la benedizione su tutta la comunità. Un solo battesimo
nello Spirito era sulla nuova vita e nuova benedizione per la
chiesa a differenza di quello che si può constatare spesso in
questi giorni, quando il verificarsi di "decine" di
battesimi (o presunti battesimi nello Spirito) non producono nulla
nel grigiore della vita cristiana dei credenti e delle comunità.
Auspichiamoci nel cospetto di Dio un ritorno alla Pentecoste vera,
al battesimo nello Spirito originale, alla glossolalia autentica,
ma assieme all’auspicio poniamo sull’altare un impegno responsabile
ed umile per una ricerca ed una vita realmente spirituale. L’impegno
sarà realmente responsabile se non ci saranno soltanto preoccupazioni
dogmatiche di sapore confessionale, quelle preoccupazioni cioè
che nascono quasi sempre dal bisogno di difendere strutture organizzative
o limiti denominazionali.
La "glossolalia" dono delle lingue o evidenza del
battesimo nello Spirito non deve essere affermato con l’enunciazione
e la difesa di un articolo del credo, ma piuttosto con la coerente
manifestazione degli effetti reali dell’esperienza pentecostale.
In altre parole si può dire che non serve alla causa della testimonianza
cristiana e alla vita spirituale della chiesa, chiedere ai ministri
e alle comunità una dichiarazione di fede (o di credulità o di
adesione formale) periodica ed incondizionata al principio dogmatico
del battesimo pentecostale con l’evidenza della glossolalia, senza
chiedere un atto di fedeltà a tutta la Parola di Dio.
La stessa incoerenza che emerge in certi movimenti carismatici
o neo-pentecostali dove si vuol dare una collocazione al battesimo
nello Spirito in mezzo ad elementi di confusione teologica o di
rilassamento morale, appare anche in tutti quei settori ove alla
difesa della vita carismatica non fa riscontro quella della santità
cristiana. Non sono poche le chiese, nel mondo definito pentecostale,
che ai nostri giorni si sono schiuse ad un processo di mondanizzazione
che continua a cancellare progressivamente tutte quelle caratteristiche
di autentica spiritualità che ieri si fondevano alla vita carismatica
della chiesa.
Non possiamo dar sempre torto a coloro che, amareggiati da incontri
deludenti, hanno purtroppo finito col concludere che qualche volta
"senza lingue" si può essere cristiani migliori di coloro
che si vantano di essere glossolali.
Attenzione: mi riferisco ad esperienze fatte in ambienti ove il
"battesimo" e i "doni dello Spirito" sono
affermati mediante arida teoria e in aperto contrasto con una
pratica sempre meno cristiana.
"Signore, rinnova la Pentecoste! Rinnovala nel mezzo di quanti,
anche oggi, sono assetati di Te e vogliono essere riempiti e posseduti
dalla Tua potenza in un battesimo spirituale che ci dia i doni,
il frutto, il servizio, la potenza del cielo. Amen!"
EMOTIVITA’ E GLOSSOLALIA
"Costoro sono pieni di vino dolce" (Fatti
2:13)
Certamente non dovevano essere soltanto le parole, espresse
nelle più diverse lingue, a lasciare perplessi e a suscitare la
reazione negativa della folla di Gerusalemme o piuttosto di quella
parte della folla sconcertata dalla manifestazione carismatica
dei primi cristiani.. Alle parole si aggiungevano diverse forme
di emozione religiosa che non potevano essere represse e forse
neanche controllate da quei credenti che avevano esperimentato
in modo tanto potente il battesimo nello Spirito Santo.
Non è difficile immaginare lo spettacolo offerto dai primi discepoli
che, d’altronde, appartenevano ad un popolo predisposto alle emozioni
e al più libero corso di queste anche nell’ambito della rigorosa
vita religiosa. Erano stati saturati di Spirito, erano stati testimoni
dell’evidenza sensibile del miracolo, erano diventati loro stessi
miracolo: quel vento che avevano udito, quel fuoco che avevano
veduto, adesso erano dentro di loro e non potevano, assolutamente
non potevano, non esternare quell’impeto e quel calore.
Anche le lingue straniere quindi dovevano avere l’evidenza dell’emozione
e potevano facilmente essere poste sotto giudizio dalla sorpresa
o dalla diffidenza di coloro che li ascoltavano e non possiamo
meravigliarci se anziché verificarne il contenuto si limitavano
a criticarne la forma. La critica negativa, espressa il giorno
della Pentecoste, quando le lingue erano straniere a coloro che
parlavano, ma non a coloro che ascoltavano, era destinata a diventare
più severa nei confronti della glossolalia quale espressione di
una lingua sconosciuta tanto al glossolalo, quanto all’uditorio;
il linguaggio incompreso ed incomprensibile non poteva non inasprire
le diffidenze, specialmente quando una precostituita attitudine
di ostilità rendeva particolarmente severi i critici.
L’Apostolo Paolo nell’affrontare l’argomento delle lingue non
omette questo particolare e raccomanda caldamente ai credenti
di Corinto di non dimenticarlo. Parlare in lingue senza che queste
siano interpretate, o parlare tutti assieme in una lingua incomprensibile,
darà modo ai visitatori nelle assemblee, di dire che i cristiani,
uniti per celebrare il loro culto,sembrano purtroppo dei poveri
pazzi (I Cor.14:23).
La Scrittura non ci fornisce altri riferimenti storici relativi,
in modo specifico, a questo problema, ma nel ricordarci che i
cristiani erano già giudicati pazzi per la loro professione di
fede (I Cor.3:18), per il loro modo di vivere, per il loro messaggio
e la loro dottrina (Fatti 26:25; I Cor.2:14), ci fornisce le premesse
per comprendere il fenomeno che ricordiamo. Se il cristianesimo,
nei suoi aspetti più limpidi e nelle sue manifestazioni più convincenti,
continua ad essere scandalo per il mondo è comprensibile che lo
sia ancora di più in quelle espressioni che possono definirsi
ermetiche per coloro che sono estranei alla vita dello Spirito.
La "glossolalia" deve essere inclusa senza esitazione
fra quelle forme della vita cristiana che ho definito ermetiche,
cioè non soltanto chiuse, ma anche resistenti alle analisi della
ragione. Da un punto di vista generale la vita dello Spirito in
ogni suo aspetto è chiusa alle analisi della ragione (I Cor.2:14)
quando questa rifiuta a "priori" le affermazioni della
fede, cosa d’altronde che rappresenta la regola e non l’eccezione.
La storia si sofferma più a lungo di quanto faccia la Scrittura,
benché spesso in maniera generica, nel tramandarci le testimonianze
relative alle reazioni che si sono avute e non sempre dall’esterno,
nei confronti dei fenomeni dello Spirito. Si può parlare al plurale
di "fenomeni" perché, come già detto, non sempre si
è fatta o si fa distinzione fra: "voci" "visioni"
"estasi" "tremolio" "profezie" "fenomeni
taumaturgici" o "glossolalia".
Quei movimenti di risveglio spirituale che hanno fatto rivivere
l’atmosfera del miracolo e che hanno esperimentato, spesso in
forme diverse, una esuberante vita carismatica, sono stati considerati
in ogni epoca con rispetto da pochi e con severità da molti; le
accuse che più comunemente e più ripetutamente sono state di "pazzia"
e "d’invasione satanica" e non dobbiamo meravigliarci
neanche di questi eccessi, perché anche nei confronti del Maestro
sono state formulate queste stesse valutazioni, questi giudizi
(Matteo 12:24).
Quel che sembra incomprensibile è piuttosto il fatto che tante
forme di emotività umana, espresse nelle più diverse sfere del
costume, siano accettate dalla società come fenomeni naturali
e quindi normali della vita, mentre quelli che affiorano nella
vita religiosa vengono severamente stigmatizzati come una forma
di follia. Altrettanto incomprensibile il fatto che si propende
ad ammettere le capacità soprannaturali del diavolo e la manifestazione
di queste capacità negli uomini e attraverso gli uomini, ma si
rifiuta il principio di una manifestazione divina e carismatica
nel credente e nella chiesa.
Si può leggere, per esempio, nel Rituale Romano: "Ignota
lingua loqui pluribus verbis, vel loquentem intelligere…"
Attenzione! Non è un riferimento al dono delle lingue, largito
dallo Spirito Santo, ma è la definizione di uno dei tre segni
che permettono all’esorcista di riconoscere se un individuo è
indemoniato. Quindi per la Chiesa Cattolica "l’uso e la conoscenza
di una lingua prima sconosciuta" è senz’altro evidenza di
possessione demoniaca.
Nel corso dei secoli, e specialmente di quelli oscuri che i roghi
non hanno certamente illuminati, non pochi credenti hanno dovuto
pagare con la vita il privilegio di possedere, mediante una vera
comunione con Dio, preziosi doni spirituali; oggi che si vogliono
erigere monumenti a quei profeti che i padri hanno ucciso, si
tenta di ristabilire almeno la verità storica ed accettare che
molti "eretici" o "invasati" o "stregoni"
di ieri erano in realtà uomini illuminati che hanno avuto il solo
torto di rendere pubbliche le proprie esperienze e le proprie
convinzioni.
Ovviamente questa riabilitazione vale soltanto per nomi che
hanno da sempre avuta una loro collocazione nella storia, ma non
vale per quei nomi, di persone o di movimenti, che volutamente
o per ineluttabili circostanze, sono stati e sono ignorati. Facciamo
astrazione dagli episodi e consideriamo globalmente il soggetto:
Solo in rari casi, e generalmente per ragioni interessare, i fenomeni
dello Spirito, i carismi, sono stati riconosciuti ed accettati
con il segno dell’ufficialità, e spesso in questi casi, sono stati
strumentalizzati a beneficio dell’istituzione che li ha accolti
ed esaltati come elementi di prova della propria ortodossia.
Le eccezioni servono solo per ricordarci la regola e questa
ha avuto ed ha come principio e base la dichiarazione dei pellegrini
di Gerusalemme: - Costoro sono pieni di vino dolce! E’ stato detto
per i primi discepoli ed è stato ripetuto nel corso dei secoli
per tutti quei movimenti spirituali che hanno esperimentato il
soprannaturale e la hanno manifestato mediante una autentica vita
carismatica; solo per riferirci ai più vicini vogliamo ricordare
i valdesi, i francescani, i quaccheri, i metodisti, i battisti,
i mennoniti; ovviamente parliamo di questi movimenti in relazione
alla loro genesi e quindi prescindendo dalla trasformazione che
possono aver subita sotto la sollecitazione di circostanze storiche
e che possono averli spogliati delle caratteristiche iniziali
per condurli verso assesti conformi a nuove concezioni.
Comunque la Scrittura e la storia sono concordi nel ricordarci
che i fenomeni spirituali, le manifestazioni carismatiche non
possono prescindere dalle emozioni del credente e che coloro che
ieri sono stati giudicati "ebbri" si ritrovano nei "fanatici"
del XII secolo, nei "tremolanti" di Fox e in coloro
che anche nella nostra generazione hanno spesso ereditato lo stesso
epiteto.
Come può un individuo che realizza la soprannaturalità di un
fenomeno che gli permette di parlare in lingue sconosciute rimanere
insensibile o apatico nell’esercizio di questo dono? Soprattutto
come può il credente che nell’esercizio del dono avverte tutta
la mistica dolcezza della presenza e dell’azione dello Spirito,
frenare le più spontanee reazioni emotive?
Non dobbiamo quindi scandalizzarci o meravigliarci se il glossolalo,
come d’altronde l’interprete o il profeta, appare all’occhio dell’osservatore,
particolarmente di quello critico ed ostile, in uno stato di euforia,
qualche volta di estasi, che rispecchia anche attraverso l’emotività,
l’esperienza celestiale che vive e che cerca di trasmettere per
rendere una testimonianza cristiana.
LA GLOSSOLALIA IN RELAZIONE AL BATTESIMO NELLO SPIRITO
Non tutti accettano il principio biblico che precisa che le
esperienze spirituali possono essere molteplici e multiformi ed
è per questo che ritengo utile precisare che, quando noi parliamo
di "battesimo nello Spirito", non ci riferiamo "alla
confessione di fede" "alla rigenerazione" o ad
una qualsiasi generica esperienza spirituale, ma a quella vera,
completa immersione, che è anche saturazione, traboccamento, che
conferisce potenza, che abilita il credente alla testimonianza,
alla vita eroica (Fatti 1:5; 2:38).
Se durante i decenni del nostro secolo c’è stato un movimento
che ha saputo svolgere un servizio dinamico e che ha potuto vedere
risultati sorprendenti, e mi riferisco al movimento pentecostale,
questo movimento c’è stato e c’è con tutta la propria esperienza
in virtù del battesimo nello Spirito che è potenza che supplisce
abbondantemente alle carenze culturali, economiche, organizzative
che questo movimento spesso accusa nei confronti delle chiese
storiche.
Ho detto "battesimo nello Spirito" e non "glossolalia"
perché è fondamentalmente inesatto che l’unico elemento o l’elemento
centrale che caratterizza il movimento pentecostale nei confronti
delle diverse denominazioni evangeliche, sia costituito dal "dono
delle lingue".
E’ vero che il credo delle diverse organizzazioni pentecostali
ha sempre un articolo, che con qualche piccola differenza fra
l’una e l’altra, recita costantemente: -"Noi crediamo al
battesimo nello Spirito che si riceve con il segno delle lingue",
ma è anche vero che per la collocazione stessa delle "lingue"
semplicemente quale segno evidenziale del battesimo, e quindi
come un dettaglio del credo, si può concludere che queste vengono
accettate per l’esatta misura che hanno nella vita cristiana in
generale e nella vita carismatica in particolare.
Riferendomi alla mia esperienza personale ho già detto, in altra
parte di questo scritto, che la glossolalia, quale manifestazione
carismatica e quindi quale evidenza sensibile del battesimo nello
Spirito, è stata esperimentata da me ed anche da tutti coloro,
indistintamente, che ho personalmente veduti "battezzati"
in quello che ormai è definito il "battesimo pentecostale".
Ma con questo non voglio affermare l’esistenza di una dogmatica
assolutamente chiusa, anzi voglio ricordare che ci sono almeno
due aspetti del problema aperti all’indagine e quindi alla fraterna
discussione.
Vengo subito al primo di questi punti:
- Quale relazione c’è fra le "lingue" che si parlano
nel momento che lo Spirito Santo ci riempie, ci battezza e le
lingue di cui scrive Paolo nella prima epistola ai Corinzi, cioè
il "dono carismatico".
Molti rispondono: le prime sono un "segno" che può anche
cessare dopo un po’ di tempo (sic) e le altre sono il "dono"
che so manifesta in colui che è stato prima battezzato nello Spirito
Santo.
A mio avviso la risposta è tutt’altro che completa e soprattutto
non mi sembra che abbia un fondamento biblico perché dal più spontaneo
degli esami si può solo dedurre che all’atto del battesimo nello
Spirito si manifesta, nel credente, quale evidenza sensibile,
il "dono delle lingue" .
E’ vero che Paolo parla della glossolalia come di un "segno"
agli inconvertiti, ma egli non usa questo termine per contrapporlo
al "dono", anzi quando compie la sua dissertazione lo
fa proprio per ampliare ed approfondire la conoscenza esatta del
"dono", per Paolo quindi il "segno" è il dono
e il "dono" è un segno.
E’ anche vero che nel Vangelo secondo Marco è detto del "parlare
altri linguaggi…" che è un "segno", ma è altrettanto
vero che è semplicemente ricordato come un "segno" della
fede del cristiano ed è "segno" assieme all’esorcismo,
alla taumaturgia che indubbiamente sono "doni" dello
Spirito.
Se, come ha fatto qualcuno, vogliamo usare Marco 16:17,18 per
sostenere l’esistenza di un "segno", che si differenzia
formalmente o sostanzialmente dal "dono" dobbiamo anche
concludere che questa specificazione carismatica deve essere estesa
anche alle "potenti operazioni", alle "guarigioni"…e
conseguenzialmente a tutti i doni dello Spirito, mentre, per riferirci
a un solo passo noi leggiamo in Atti 19:6 che gli Efesini battezzati
nello Spirito parlavano "lingue" e "profetizzavano"
e pochi hanno affermato che anche la profezia possa essere qualche
volta un "segno" od essere, qualche altra volta, un
"dono", benché proprio in riferimento alla profezia
sarebbero invece autorizzate delle distinzioni che non è opportuno
ricordare in questo scritto, che è limitato al soggetto delle
"lingue".
Domandiamoci: che cos’è la glossolalia?
La risposta è ampiamente scontata: - una manifestazione soprannaturale
che permette al credente di esprimersi in una lingua a lui sconosciuta;
quindi la natura della glossolalia è lo Spirito, la forma è una
lingua sconosciuta; non ha importanza quando e dove ci sia la
manifestazione: se per la prima volta o da molte volte, essa è
sempre glossolalia, cioè il "dono delle lingue". Casomai
si può distinguere tra possesso del dono e opportunità di usarlo
nella guida di Dio, e quindi si può tornare allo scritto di Paolo
con l’esortazione: "Parlino due o tre al più…" ammette
la presenza nella chiesa di tanti glossolali (o addirittura di
una comunità interamente carismatica), ma raccomanda di limitare
l’esercizio del dono nel tempo e nel numero.
D’altronde i discepoli di Gerusalemme non hanno espresso messaggi
in lingue? Non è forse avvenuto molte volte che il credente nel
momento che è stato battezzato ha espresso messaggi o interpretati
o dati in un’altra lingua a lui sconosciuta, ma conosciuta da
qualcuno dei presenti? Che differenza può essere ravvisata fra
queste manifestazioni e quelle tanto chiaramente descritte da
Paolo e che egli definisce "dono delle lingue"?
La mia personale conclusione è che il battesimo nello Spirito
immerge il credente "anche" nella vita carismatica che
si "evidenzia" in lui con la manifestazione del "dono
soprannaturale".
Continuando a sviluppare il tema "segno" "dono"
e proprio in forza di questa opposizione, ritorna il quesito già
accennato: le "lingue" rimangono patrimonio del credente,
assieme al battesimo, o possono cessare dopo un poco di tempo?
Anche su questo punto evito di dogmatizzare, nonostante che la
mia modesta, personale esperienza, ma che posso unire a quella
eminente di Paolo (I Cor.14:18), mi incoraggerebbe ad affermare
categoricamente: le lingue rimangono come una componente del tesoro
spirituale del credente; ma più che un’affermazione è che in quanto
basata sopra esperienze personali, potrebbe essere considerata
soggettiva, ritengo utile una chiarificazione: nessuna esperienza
spirituale e quindi neanche il battesimo rimane patrimonio del
credente se on è costantemente alimentata e rinnovata nel corso
della vita.
L’argomento andrebbe approfondito e sviluppato, ma ci porterebbe
fuori e lontano dal nostro soggetto immediato, ma per rimanere
in questo basta ricordare che in Gerusalemme almeno una parte
di coloro che erano stati "riempiti" di Spirito Santo
nel giorno della Pentecoste, furono nuovamente "riempiti"
a conclusione di una riunione di preghiera promossa e tenuta alle
prime avvisaglie di persecuzioni (Atti 4:31). Quindi coloro che
erano stati già "battezzati" furono "battezzati"
di nuovo, se essere riempiti vuol dire essere battezzati, o essere
battezzati vuol dire essere riempiti.
Il riferimento storico che potrebbe essere arricchito da una
serie nutrita di testimonianze analoghe, sembra precisare un principio
di dottrina e cioè quello già anticipato: - il battesimo nello
Spirito, rappresenta un’esperienza permanente nel credente a condizione
che la "pienezza" realizzata sia conservata mediante
il rinnovarsi di un incontro con Dio. A questo punto si può affermare
che è almeno incoerente affermare che le lingue, evidenza del
"battesimo", possono scomparire, mentre il battesimo
stesso continua a rinnovarsi cioè ad essere un "nuovo battesimo":
se a "battesimo" fa riscontro "glossolalia",
le due realtà devono sussistere o scomparire soltanto nella loro
relazione e cioè fino a tanto che il credente è "immerso"
il fenomeno carismatico deve essere presente, quando il credente
esce fuori da questa esperienza può cessare ogni manifestazione
od ogni effetto dell’esperienza stessa.
Naturalmente, come è stato ripetutamente detto, il possesso
di un dono non implica l’uso indiscriminato di questo, ma fra
i doni che in misura maggiore possono essere inventariati nella
chiesa pentecostale, la "glossolalia" occuperà sempre
un posto d’avanguardia per la sua stretta relazione col battesimo
nello Spirito Santo.
Un servo di Dio, autentico pioniere del movimento pentecostale,
amava ripetere che egli sentiva il bisogno di un "nuovo battesimo"
ogni mattina e per questo motivo rimaneva in preghiera fino a
tanto che "fiumi di linguaggi" sgorgavano dalle sue
labbra. Non voglio dare a questa testimonianza l’autorità della
Scrittura, che d’altronde non si pronuncia su questo punto, ma
ho creduto opportuno citarla perché rappresenta un’ottima illustrazione
del soggetto.
Purtroppo non sono pochi coloro che hanno desiderato, cercato
e realizzato il battesimo, ma poi lo hanno totalmente trascurato
e completamente soffocato; perché qualsiasi esperienza può essere
distrutta. In questi, qualche volta, si odono ancora linguaggi,
ma si avverte chiaramente che sono soltanto ricordi mentali che
vengono espressi senza nessun segno di vita, mentre altre volte
non si odono più linguaggi e purtroppo non si avverte nessun altro
segno di vera vita spirituale; quando l’opera rovinosa è stata
condotta all’estreme conseguenze.
Ho detto "vera vita spirituale"; questa è una realtà
che non va confusa con la "vita religiosa" nel senso
più abusato di questo termine; possiamo infatti incontrare credenti,
dirigenti ecclesiastici, ministri esteriormente perfetti nella
loro vita religiosa o ecclesiastica, ma completamente privi delle
risorse dello Spirito ed ovviamente totalmente sforniti delle
caratteristiche della vita cristiana.
Esaurita brevemente l’analisi del primo dei due problemi, passo
al secondo:
La "glossolalia" è solo e sempre il segno carismatico
che evidenzia il battesimo nello Spirito?
Sono state scritte tante cose sull’argomento, spesso inesatte,
spesso mordaci, spesso provocanti e quindi mi limito a prendere
in considerazione soltanto l’osservazioni più serene e più impegnative
per un confronto serio e fraterno.
Voglio ricordare anzi che nel passato ho cercato sempre di evitare
un attrito polemico e mi sono limitato a ricordare che il "battesimo"
non deve essere confuso con altre e diverse esperienze spirituali
e non deve neanche essere affermato dove c’è stata soltanto una
piacevole emozione religiosa o una sensazione mistica perché la
Scrittura lo descrive come un fenomeno che saturando di potenza
il credente, lo rende anche traboccante di gloria, di gioia e
di vita carismatica.
Quanto scritto o detto è stato forse troppo prudente o troppo
generico; in questo modesto studio però supero ogni schema precedente
perché l’argomento lo impone; infatti il soggetto immediato non
è il "battesimo nello Spirito", ma la "glossolalia",
ed affrontando questo argomento è necessario giungere alla definizione
del pensiero in termini precisi.
Non prendo in considerazione un "articolo di fede"
e non stabilisco premesse derivanti da affermazioni dogmatiche
che, autorevoli che siano, chiedono sempre il conforto della Scrittura.
È logico quindi che l’analisi ed il confronto abbiano essenzialmente
un fondamento biblico e credo che possiamo concordare tutti sulla
scelta del libro dei Fatti quale testo peculiare e che almeno
in sei punti si sofferma chiaramente sull’esperienza del "battesimo
nello Spirito" o, se vogliamo usare altra definizione, sulla
"pienezza dello Spirito".
Scelti i passi, è possibile esaminarli nel confronto delle tesi
divergenti per approfondire e chiarire il problema.
I versi a cui mi riferisco, dal libro dei Fatti, sono i seguenti: