Anche trattando della sofferenza spirituale di Gesú, essenziale
è non farsi idee proprie su di lui, Se no, è probabile che semplicemente
si inventi, nell’idea: “Cosa avrei provato io in simili circostanze”.
Tra i numerosi titoli cristologici, come Messia, Figlio di Dio,
Salvatore… ce n’è uno che, quando si parli della sofferenza di
Gesú è da richiamare, Antico Testamento: il titolo Servo di Jhaweh
di cui al 2 Isaia, figura che ritroviamo al salmo 21 (o 22 a seconda
della traduzione che si possiede).
Vi sono profetizzate, anche, sofferenze spirituali del Salvatore.
Per quanto riguarda il 2 Isaia, il testo più completo è nel capitolo
53, che invito a leggere interamente, e in particolare in questi
Versetti
All’inizio del 3: “Disprezzato, ripudiato dagli uomini…”
Nel 7: ”… come pecora muta davanti ai suoi tosatori, non aprì
bocca”.
Nel 9: “… e il suo sepolcro è con i malfattori, benché non abbia
commesso violenza e non vi fosse inganno nella sua bocca”.
Inizio dell’11: “Dopo l’angoscia della sua anima vedrà la luce…”.
Dicevo che anche il Salmo 21 (22) preannuncia, tra l’altro, le
sofferenze dell’anima di Gesú; nei seguenti
Versetti
1: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza”:
sono le parole del mio lamento.
2: “Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte
e non trovo riposo.
ECCO: QUI E’ ESPRESSO IL DOLORE DEL SENTIRSI ABBANDONATO DEL
TUTTO DA DIO, LA VERA E SOLA FORZA.
7: Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto
del mio popolo.
ABBIAMO QUI PREANNUNCIATO IL SENTIRSI RIFIUTATO PROPRIO DA COLORO
CHE GESÚ È VENUTO A SALVARE E IL VENIRE CONSIDERATO, IN PARTICOLARE
DA CAIFA E DAI SUOI MENO DI UN UOMO, ADDIRITTURA COME UN VERME
DA SCHIACCIARE.
8: Mi scherniscono quelli che mi vedono
NON SOLO RIFIUTATO, MA SCHERNITO.
Nel versetto 11:
L’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta.
Versetto 17:
Un branco di cani mi circonda mi assedia una banda di malvagi
E’ ASSOLUTAMENTE SOLO NELL’AGGRESSIONE DEI MALVAGI, SENZA CHE
NESSUN AMICO LO AIUTI.
Nel 18: Essi mi guardano, mi osservano
LA SOFFERENZA MORALE DEL VEDERSI DAVANTI GLI EMPI NEMICI CHE
APPAIONO TRIONFANTI, MENTRE IL GIUSTO STA MORENDO IN MODO ATROCE.
Anche per questo Salmo, invito a leggerlo tutto sulla Bibbia
di casa.
Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, sono essenziali, per
il tema che stiamo trattando, i vangeli sinottici. Il vangelo
secondo Giovanni ci presenta invece un altro aspetto della Passione.
Essa è già, per Giovanni, simbolicamente, glorificazione di Cristo.
Tutta la sua umiliazione è presentata, in emblema, nell’episodio
della lavanda dei piedi agli apostoli che è sì un gesto di umiltà
ma è soprattutto simbolo dell’umiliazione di Gesú durante la Passione;
poi però, si tratta di una sorta di marcia trionfale del Salvatore.
Tutto è diretto da lui, sempre serenissimo.
Tratteremo, prima della sofferenza dell’anima di Gesú durante
la Passione e poi di quella di tutta la sua vita.
II ) - LA SOFFERENZA DELL’ANIMA DI GESU’ DURANTE LA PASSIONE
Mentre le sofferenze corporali del Signore sono riassunte davanti
a noi sulla croce, e non è così per le sofferenze della sua anima.
Non sono percepibili dai nostri sensi e, pienamente, neppure dal
nostro pensiero.
Sappiamo che esse iniziano prima di quelle corporali. La sofferenza
dell’anima e non ancora del corpo (l’agonia, l’angoscia) è il
primo atto della Passione.
Matteo (26, 38) riferisce che Gesú, una volta giunto coi suoi
al Getsemani, dice a Pietro, Giacomo e Giovanni: “La mia anima
è triste fino alla morte”.
In un suo discorso della fine del XIX secolo, un noto teologo
parlando di quella che definiva la sofferenza mentale di Gesú,
diceva addirittura che se Cristo soffrì nel corpo, in realtà fu
nella sua anima dove soffrì: il corpo non faceva che trasmettere
il dolore all’anima: questa riceveva il dolore ed era la sede
dell’angoscia.
Se il primo punto, che la sofferenza fisica sia in realtà solo
dell’anima, appare per lo meno discutibile, non c’è invece dubbio
che l’angoscia ha sede nello spirito di Gesú.
È nel piano di Dio che l’angoscia di Cristo sia piena. Gesú eviterebbe
ben volentieri i dolori e la morte in croce (Se possibile, passi
da me questo calice – Matteo 26, 39) se fosse il volere del Padre.
Però, obbediente, sceglie la diversa volontà di Dio. Per questo,
quando al momento della crocifissione gli offriranno, come nell’uso,
pietosamente potremmo dire, una bevanda di vino mescolato a mirra
(o a fiele) che dà un qualche stordimento alla mente, dopo averla
assaggiata ed essersi accorto di cosa si tratta, rifiuterà di
bere; appunto perché quella bevanda in parte obnubilerebbe la
sua mente, mentre egli accetta di sopportare tutta l’amarezza
mentale, non solo il dolore fisico.
Tutto inizia nell’intimo, dicevo, una volta giunto nel podere
Getsemani: col sentire paura e con l’angoscia che fa sentire soli
(Marco, 14, 33): è soprattutto in quest’orto che i sinottici lasciano
trasparire l’agonia di Gesú: di più Matteo e Marco, mentre Luca
cerca di attenuarne l’angoscia presentandolo relativamente padrone
di sé e della circostanza.
Ogni essere umano soffre l’ansia dell’attesa del dolore, della
sofferenza futura, sia quella solo potenziale sia quella che si
aspetta con sicurezza; e Gesú sa cosa l’attende. Il suo avere
paura indica bene la situazione di insicurezza in cui si trova.
Dopo aver loro manifestato la tristezza fino alla morte, chiede
a Pietro, Giacomo e Giovanni (Matteo, 26, 39): restate qui e vegliate
con me. Matteo e Marco (rispettivamente 26,41 e 14,38) sono lapidari
e assolutamente efficaci nel rappresentare questa sofferenza psicologica,
riportando l’affermazione di Gesú: La carne è debole. Più volte
Gesú prega il Padre nel Getsemani.
Durante questa preghiera, il sudare sangue è il segno di un profondo
tormento del suo cuore di uomo. Questa preghiera è un incontro
tra l’umana volontà di Gesú e l’eterna volontà di Dio. Il Figlio
s’era incarnato perché questo incontro fosse colmo della verità
sulla volontà e sul cuore umano, che vogliono fuggire il male
(il peccato), la sofferenza e la morte. S’era fatto uomo perché,
su quella verità, si rivelasse tutta la grandezza dell’Amore,
che si esprime attraverso il dono di sé stesso nel sacrificio:
Dio ha tanto amato il mondo che ha sacrificato il suo Figlio
unigenito (Giovanni, 3, 16) e in questa ora, quell’eterno Amore
deve verificarsi col sacrificio del cuore umano. Cristo non rinuncia
a dare il proprio cuore affinché divenga altare, un luogo di totale
annientamento, prima ancora che lo divenga la Croce. La volontà
umana, che esprime la verità umana Se possibile, passi da me…,
è anche la volontà dell’uomo che si dà alla volontà di Dio, come
passando oltre la verità umana, oltre a quanto fa sentire il cuore;
e prende su sé sia l’eterno giudizio del Padre e del Figlio nell’unità
dello Spirito Santo sia la potenza, che scaturisce dalla volontà
di Dio: Dio che è Amore.
All’inizio, nel Getsemani, Dio non s’è ancora nascosto, ma si
sta allontanando; e a un certo punto Gesú non riesce più a comunicare
direttamente: ne abbiamo simbolo in Luca, dove troviamo l’angelo
mandato dal Padre che lo fortifica per la sofferenza: un messaggero,
non Dio stesso.
Gesú si trova solo pure di fronte ai discepoli; cioè, quella
che sarà la sua stessa Chiesa è presente ma è spiritualmente assente.
Tutto ciò che riesce a distogliere dal pensiero della sofferenza,
lo mitiga. Gli amici possono alleviare il dolore patendo con,
compatendo. Ora Cristo vorrebbe il conforto, in quell’ora, degli
altri; ma Pietro e i figli di Zebedeo, invece di pregare con lui,
si addormentano, e la sofferenza spirituale di Gesú rimane totale.
Non è solo questione di quell’ora nella sua storicità; essa appartiene
sì al passato, ma rimane per sempre nell’Eternità divina.
Questo è per noi!
Il Signore ci consente di incontrarci con lui in quell’ora. Diventa
colmo di significato quel Vegliate! per non cadere in tentazione!
pronunciato da Gesú. Egli trasferisce su di noi quell’ora della
prova suprema che è anche prova in ogni tempo per noi discepoli,
per la Chiesa.
Io sono la vera vite …(Giovanni, 15, 1). Come il tralcio non
può da sé portare frutto se non rimane unito alla vite, così nemmeno
voi, se non rimanete in me…(Giovanni, 15, 4).
Tornando a quell’ora storica, ecco che, trovando i discepoli
addormentati, Gesú si rivolge di nuovo al Padre per essere liberato.
Sappiamo che ha profonda paura di quanto l’aspetta, conoscendo
la sua Passione prima di essere arrestato, per il suo essere anche
Dio; e il fatto che Dio gli si nasconda non significa che, dopo,
Gesú non ritenga nella memoria quanto in proposito il Padre gli
aveva prima rivelato sulla sua sofferenza; anzi, è parte della
sua sofferenza spirituale che l’anima di Cristo non si trovi improvvisamente
nella tempesta della Passione, come per caso, ma già la soffra
quale attesa; Gesú l’aveva predetta più volte agli apostoli.
Se niente ha effetto su Cristo senza ch’egli, come Dio, lo voglia,
come uomo, come ogni uomo, Gesú ha piena libertà; e ha spontanei
sentimenti in tutte le sue espressioni. Tuttavia, l’iniziativa
di Dio di nascondersi a Cristo, veniva da Dio, quasi come se l’uomo
Gesú non avesse potuto dire di no. È vero che precisava che può
soffrire mentalmente la Passione perché a quella sofferenza deliberatamente
si sottopone; ma aggiungeva che nel Getsemani Cristo, come Dio,
dà l’ordine a sé di sottrarre la sua anima umana al sostegno della
divinità, e viene invaso da angoscia, poi da terrore. Da quel
momento, aggiungeva, il Dio che è lui si nasconde all’uomo che
è lui. In altre parole, l’accento sul potere di Gesú–Dio: la sua
natura divina, per lui, dirigeva fermamente tutti i movimenti
della sua natura umana.
È una posizione che può apparire estrema; l’antica scuola teologica
di Alessandria (Clemente, Atanasio, Origene) che vedeva con particolare
favore la natura divina di Gesú.
Oggi si tiene conto anche dei risultati della parimenti antica
scuola di Antiochia, che focalizzava piuttosto su Gesú vero uomo
per poi salire a Gesú vero Dio. Perciò si mette in risalto la
assoluta libertà di Gesú-uomo, il suo poter scegliere di dire
no e il valore del suo scegliere, viceversa, di dire sì a Dio.
A mezzo dell’autore della Lettera agli Ebrei, (10, 5 – 7, versetti
che fanno riferimento al Salmo 40, 7 – 9), sappiamo che Gesú dice,
rivolgendosi a Dio: cioè conosciamo questo atteggiamento di Gesú:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo, invece,
mi hai preparato.
Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel
rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà.
“Ed è appunto per quella volontà”, aggiunge l‘autore della lettera
(al versetto 10), “che noi siamo stati santificati, per mezzo
dell’offerta del corpo di Gesú Cristo, fatta una volta per sempre”:
quella volontà di Dio e quella volontà, quella scelta di Gesú-uomo
di obbedire.
C’è chi si può chiedere se Gesú non avesse alcune consolazioni
relative a lui solo, essendo anche Dio, che alleviassero l’angoscia
della sua anima umana, che gli facessero sentire il dolore meno
vivamente rispetto a un altro uomo.
Una volta un mio amico, non credente ma in ricerca, mi aveva
detto: “Bella forza! Era anche Dio! Bisogna vedere come se la
sarebbe cavata se fosse stato solo uomo”.
No, semmai le sue sofferenze spirituali sono più intense.
Noi sappiamo di essere peccatori, se riceviamo un’ingiusta calunnia
o addirittura un’ingiusta punizione, certo abbiamo ragione di
lamentarci, ma sappiamo di non essere stati, nel complesso della
nostra vita, sempre innocenti in tutto. Gesú invece ha il sentimento
pieno della sua assoluta innocenza. Sa di essere il perfetto uomo
giusto che viene umiliato ingiustamente da altri uomini, loro
sì peccatori. La sofferenza per l’ingiustizia subita è totale.
Non è giusto pensare che Gesú venga sostenuto nella sua prova
dalla consapevolezza della sua innocenza ma, anzi, è al contrario.
Ci sono poi coloro che dicono che Cristo, come Dio, sapeva che
le sue sofferenze avrebbero avuto, relativamente, breve durata,
che sarebbero finite verso le tre di quel venerdì; e richiamano
in proposito il dolore di chi è stato umiliato per mesi o anni
e ammazzato a poco a poco nei lager e nei gulag senza sapere se
e quando sarebbe finita; e dicono che Gesú sapeva che le sue sofferenze
si sarebbero risolte nella gioia assoluta, mentre l’incertezza
del futuro è una delle cose che angosciano la mente.
Ma è facile ribattere che, visto che Dio gli si è nascosto, non
è corretto affermare che Gesú durante la Passione ha conoscenza
della sua Glorificazione. Ha conoscenza della sua missione, questo
sì, una consapevolezza che non l’abbandona neppure per un istante:
sa di dover arrivare fino alla morte per la nostra salvezza; e
ci arriva! A differenza della prescienza delle sofferenze che
via via incontrerà, la consolazione del sapere della sua Gloria
viene invece a mancargli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
C’è infine chi ricorda che l’autore della Lettera agli Ebrei
afferma (12, 2) : …Egli in cambio della gioia che gli era posta
innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e
si è assiso alla destra del trono di Dio.
Già, ma… la gioia di chi aveva davanti?
La nostra!
Gesú è Dio che scende in terra, non ha bisogno di conquistarsi
il Regno dei Cieli, perché è già lui il Regno dei Cieli, sia fuori
dal tempo sia nel mondo creato da lui, Dio unico e trino.
Anche quell’affermazione, dunque, è fuori luogo.
Il fatto che il Figlio non ha bisogno d’innalzarsi, non toglie
che nell’incarnarsi Dio si abbassa.
“Dio soffre nella sua natura umana e le sofferenze sono volutamente
bevute sino in fondo”.
Ma soffre davvero solo nella sua natura umana?
Sulla croce sale anche Dio; e tutto Dio soffre sulla croce. Come
Figlio-Dio che si offre, come Padre-Dio che lo offre, come Spirito-Dio
che è l’Amore che promana dal loro amore sofferente. Una sofferenza
attiva però, non passiva come quella della mentalità greca che
aveva a presupposto l’impassibilità di Dio. Il Dio cristiano soffre
un dolore attivo scelto liberamente, un dolore che è perfetto
perché ha la perfezione dell’Amore. Da quel venerdì ci è noto
che tutta la storia delle nostre umane sofferenze è pure storia
del Dio con noi.
E prima della Croce, Dio Padre, Figlio e Spirito soffre in quel
suo nascondersi a Gesú uomo mentre Gesú uomo soffre per quel nascondimento
di Dio.
Come Dio possa soffrire è un mistero; ma sappiamo che soffre
perché c’è unione nella stessa Persona del Figlio della natura
divina e di quella umana e perché Dio è sì in tre Persone ma Uno:
per quell’unione, soffrendo Gesú uomo, soffre anche Dio; non sembra
giustificato dire che il Figlio soffre solo come uomo.
Per Cristo è davvero, totalmente, un’agonia mentale terribile.
L’angoscia piena che soffre comporta che l’amarezza riempia interamente
la sua mente. In quel momento l’anima umana di Gesú non sente
lo splendido avvenire, soffre soltanto il peso che è su di lui;
eppure, rimane determinato ad andare sino in fondo!
Il peso su di lui è quello dei peccati di tutto il mondo in ogni
tempo.
Gesú è sì vittima dei peccati dei suoi nemici, come quello di
Giuda che lo tradisce e lo consegna; ma sente il peso dei peccati
soprattutto nell’essere reso lui stesso peccato.
Nel primo senso, il nostro peccato, è una rivolta contro Dio;
è odiare Dio, è odiare Gesú (e con lui il prossimo). Cristo sente
addosso alla sua anima tutto l’odio dell’umanità peccatrice.
Non appena l’Amore infinito entra nell’immanente da lui creato,
come uomo si sottomette alle sue leggi; il peccato, nemico della
verità, del bene, cerca vantaggio da una situazione che è per
lui favorevole; e così, tra l’altro, ecco l’odio dei farisei e
dei sacerdoti, ecco il grido di quella parte della folla che vuole
che Gesú sia crocifisso: sono peccati che pesano gravissimi sulla
mente di Cristo.
Il peccato non può toccare Dio ma lo assale nella sua umanità
creando spavento nell’anima di Gesú-uomo.
Ma non si tratta, come dicevo, solo del peccato che Gesú subisce
come vittima in certe situazioni della sua vita.
In Paolo troviamo:
Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando
lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi
pende dal legno (Gàlati, 3, 13)
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato
in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di
lui giustizia di Dio (II Corinzi, 5, 21).
Alla lettera, lo fece diventare peccato
Come Messia, Cristo è senza peccato, tuttavia Dio lo manda in
una carne simile a quella del peccato (Romani, 8, 3) e così diviene,
lui innocente, parte dell’umanità peccatrice in solidarietà con
la condizione umana, soffrendo le conseguenze del peccato (Gàlati
3, 13).
Dunque, durante la Passione resta prostrato; il suo nemico, il
peccato dell’uomo, avvolge la sua anima, riempie la sua coscienza
e la sgomenta. Lui innocente, prendendo su di sé il peccato, milioni
e milioni di nefandezze, si sente come un peccatore sommo, ha
percezione vivissima del male pieno che è entrato nella sua mente.
si sente in quei momenti come se fosse proprietà del maligno,
non di Dio.
Il teologo Hans Urs von Balthasar, nel suo saggio “Teologia dei
tre giorni”, presenta in particolare la questione teologica se
l’angoscia di Gesú nell’orto degli ulivi comprenda anche il timore
della Gehenna, se Gesú cioè provi il sentimento di essere dannato.
Espressa così, la domanda fa tremare i polsi. Vediamo di arrivare
a un’altra espressione, forse un po’ meno tremenda.
La Gehenna era un luogo presso Gerusalemme in cui, ai tempi di
Gesú, si bruciavano le immondizie. Per il sentire di quel tempo,
che non conosceva il nulla si crea e nulla si distrugge, ciò che
bruciava moriva, non era più. Lo stesso luogo era considerato
maledetto perché secoli prima vi erano svolti sacrifici umani,
soprattutto di bambini, al dio Moloch: Moloch è anche, presso
gli Ebrei, uno dei soprannomi del diavolo; maledetto è tutto ciò
da cui Dio distoglie lo sguardo, in altre parole che non è nell’Essere
di Dio ma nel nulla.
Possiamo allora esprimere il problema così: Fa parte della sofferenza
dell’anima di Gesú anche il temere di non risorgere dal sepolcro,
cioè di restare morto, ovvero nella Gehenna?
Se rispondiamo affermativamente, possiamo farlo solo avendo ben
presente che l’angoscia nell’orto degli ulivi è un com-patire
con i peccatori. Von Balthasar: “La perdita reale di Dio che li
minaccia è assunta dall’amore di Dio fattosi uomo nella forma
di timor gehennalis: poiché i peccati del mondo vengono ‘caricati’
su di lui, Gesú non distingue più sé stesso o il proprio destino
da quello dei peccatori (…) e sperimenta perciò l’angoscia e il
terrore che essi avrebbero dovuto giustamente provare”.
In altre parole, i peccati a Gesú non appartengono ma egli soffre
per noi come se ne fosse l’autore.
Questa, di subire la conseguenza dei peccati, lui innocente,
di sentirli in sé come se fossero suoi è la più atroce delle sofferenze
spirituali di Gesú durante la Passione.
Finalmente, sulla croce, appena prima di morire, egli pronuncia,
richiamando il Salmo 31, 6: “Padre, nelle tue mani affido la mia
anima” (Luca, 23, 46), cioè ti affido la mia vita, la mia Vita
eterna.
A questo punto Dio non gli è nascosto. Nell’affidarsi al Padre,
Gesú usa la parola Abbà, cioè babbo, papà; addirittura potremmo
dire babbino, paparino. Prima invece (Matteo e Marco), pronunciando
il “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” aveva usato
il termine Elì, nome divino che si pronuncia con tremore. Alla
lettera infatti aveva pronunciato il primo versetto del Salmo
21 che, come avevo accennato, nella prima parte ci parla della
disperazione del Servo di Jahvé di cui al 2 Isaia. Un Salmo che
però finisce nella piena vittoria, nella Gloria.
L’obbedienza di Gesú al Padre, quell’obbedienza che lo porta
a soffrire spiritualmente e fisicamente, è presente anche nella
morte stessa di Cristo, “ultima conseguenza della missione redentiva
ricevuta dal Padre”.
Quel suo raccomandarsi al Padre nel momento di morire e quell’offrire
la sua morte a Dio sono anche per noi.
III ) ANCHE PER GESU’ LE SOFFERENZE NON INIZIANO CON
LA PASSIONE IN SENSO STRETTO MA SONO PRESENTI IN TUTTA LA SUA
VITA
In una certa misura gli avvenimenti precedenti la Passione costituiscono
un’anticipazione della croce. Sappiamo che gli Evangeli non ci
parlano di tutta la vita di Gesú. Ci avevano provato gli apocrifi,
ma non sono Parola di Dio. Sebbene sia possibile che contengano
qualche notizia vera, tramandata oralmente fino al II secolo e
oltre, non essendocene prova, non si possono considerare.
Gli evangelisti canonici hanno voluto mettere in risalto prima
di tutto la grandezza di Gesú Cristo, i suoi poteri, il suo eroismo
assoluto, il suo essere anche Dio; e naturalmente la sua Risurrezione.
A parte che per la Passione, non molto si parla nei Vangeli della
sofferenza di Gesú
Qualcosa però si può dire a proposito delle sue ansie, delle
sue umane crisi, delle sue lacrime, delle sue limitatezze tipiche
di ogni vero uomo, e delle sue lotte psicologiche per realizzarsi
e realizzare il suo ideale divino.
L’autore della Lettera agli Ebrei (5, 8) ci dice di lui: Anche
se figlio, ha imparato attraverso quello che ha sofferto l’ubbidienza.
Il Vangelo secondo Luca afferma di Gesú sinteticamente, per tutti
gli anni della sua infanzia: Il bambino cresceva e si fortificava,
pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui (2, 40).
Sappiamo così della già perfetta personalità di Gesú.
Poco oltre, al versetto 52, quando Cristo ha ormai dodici anni,
dopo l’episodio della discussione nel Tempio coi dottori della
Legge, Luca aggiunge, per quel tempo di mezzo di cui non abbiamo
altre notizie canoniche: E Gesú cresceva in sapienza, età e grazia
davanti a Dio e agli uomini. Allora, possiamo pensare a una crescita
di Gesú-uomo, per esperienza, a un sofferto cammino spirituale,
fino alla pienezza che manifesterà durante la sua vita pubblica.
Possiamo ritenere, tenendo presenti entrambi i versetti di Luca,
che la già perfetta personalità di Gesú viene da lui scoperta
a poco a poco.
È per questa sua esperienza che Dio non è giudice delle sue creature
dal di fuori ma dall’interno.
La teologia ha attribuito a Cristo molteplici forme di scienza:
essendo Dio, quella infinita, come uomo perfetto senza peccato
quella che era stata di Adamo prima del peccato e infine quella,
sofferta, che gli viene dall’esperienza, come per tutti noi; ma
pare che gli Evangeli gli riconoscano solo quella sperimentale,
che è progressiva.
Sappiamo che si accumulano davanti a lui segni della sua missione
divina, sino a che, durante l’ultimo suo tempo sulla terra, quel
poco tempo che gli resta prima della morte, Gesú predice la sua
Passione, più volte, agli apostoli: (Marco 8, 31 seguenti; 9,
30 seguenti; 10, 32 seguenti).
Non sappiamo in che modo Cristo si senta anche Dio. Lo sa, di
esserlo, almeno da un certo punto della sua vita pubblica, da
quando lo dice chiaramente, e più volte; ad esempio: “Chi vede
me vede il Padre”; ma come ciò sia, non sappiamo. Non conosciamo
dunque il suo grado di incertezza prima di quelle proclamazioni.
Inoltre, anche dopo, la sua consapevolezza non arriva al punto
ch’egli possa capire ed affermare, come uomo: Io sono il Figlio
di Dio quale seconda Persona della Trinità, perché per un’umana
coscienza non è possibile. È esistenzialmente che Gesú lo esperimenta
e lo vive, quel suo essere Dio, nel suo atteggiamento di obbedienza
al Padre. Si può pensare che arrivi alla consapevolezza della
sua divinità in modo sofferto, sia in seguito alla sua riflessione
sia grazie agli interventi del Padre che, per prima cosa nella
preghiera di Gesú a Lui, lo illuminano nei momento giusti.
Solo dopo essere risorto, apparso sul monte in Galilea, Cristo
dice agli apostoli: “… Mi è stato dato ogni potere in cielo e
in terra” (Matteo, 28, 18). Prima, Gesú lotta per conoscersi sempre
più, per chiarire la propria vocazione e stabilire come metterla
in atto, per capire il Piano salvifico. Come noi, prova i quotidiani
dolori, la fatica, l’insuccesso, il pianto. Solo il contatto col
Padre riesce a rendergli chiari e a fargli superare gli ostacoli,
come il desiderio d’una serenità familiare, la solitudine in cui,
di fondo, si trova, le fatiche del suo lavoro missionario, l’ostilità
dei nemici, la lotta con le passioni, con l’istinto.
Conosciamo dagli evangelisti che la sofferenza spirituale di
Gesú comprende il dolore per la morte degli amici.
Matteo (14, 13), ci fa capire la profondità della sofferenza
di Gesú per l’uccisione di Giovanni il Battista: Udito ciò, Gesú
partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto.
Giovanni ci parla delle sue lacrime per la morte di Lazzaro (11,
33-35): Gesú allora quando la vide piangere e piangere anche i
Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si
turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni
a vedere”. Gesú scoppiò in pianto.
A proposito di turbamento, Giovanni usa questa stessa parola
(12, 27 – 28) quando riporta queste di Cristo, mentre giunge l’ora
della Passione: Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre
salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre
glorifica il tuo nome… Il fatto che sia usata qui la medesima
parola, turbamento, testimonia la profondità del dolore di Gesú
per la morte dei suoi amici.
C’è inoltre un’amarezza in lui per l’incomprensione dei suoi
concittadini. Così, Luca ci dice del loro attacco scandalizzato,
dopo che Cristo ha parlato loro nella sinagoga (4, 28 – 30): All’udire
queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono,
lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio
del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù
dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
Qui Luca, con intento apologetico direi, ci presenta un Gesú
che senza sforzo si svincola e se ne va tranquillamente; ma tenendo
conto del contesto non possiamo non pensare a una fuga precipitosa:
Nazaret non sorge su un monte, nella realtà. Vicino alla città
c’è solo un piccolo precipizio. Quel monte immaginario può essere
sì un preannuncio del Calvario, ma pure un modo di Luca per dirci,
tra le righe, della drammaticità della situazione, per suggerirci
la tensione che è in Gesú in quei momenti e che si accompagna
all’amarezza per quell’insuccesso, avvenuto proprio nella sua
patria e all’accoramento per lo spavento avuto da sua madre..
Avevo ricordato prima l’espressione di Gesú in Matteo e Marco:
la carne è debole.
L’autore della Lettera agli Ebrei (5, 7) definisce i giorni della
vita terrena di Gesú “come i giorni della sua carne”.
La carne ci dice della fragilità, dell’imperfezione della sua
natura umana non ancora in Gloria; carne che segna l’umanità di
Cristo.
E tra quanto Gesú soffre spiritualmente a causa della sua carne,
ci sono, gravi, le tentazioni
che lo conducono a com-patire noi tentati.
Nella Lettera agli Ebrei la tentazione è vista in collegamento
con l’insieme del soffrire di Gesú:
Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto
personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono
la prova (2, 18).
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire
le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni
cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato (4, 15): tentato
anche lui, anche se mai peccatore, Gesú comprende le nostre infermità,
cioè i nostri difetti, i nostri peccati.
Troviamo le tentazioni che aggrediscono Cristo riassunte nel
deserto (Matteo, 4, 1 – 11 e Luca, 4, 1 - 13) ma esse riguardano
tutta la vita sulla terra di Gesú, non solo quei quaranta giorni.
Ad esempio, è tentato da Pietro, in questo caso strumento di satana,
di non andare a Gerusalemme (Matteo, 16, 22); e c’è una reale
lotta col diavolo anche attraverso i nemici che sfidano il suo
orgoglio, “maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”
(Matteo, 12, 38) e poi addirittura che lo sfidano ai piedi della
croce, dicendo che se è chi dice di essere, allora scenda dalla
croce, e loro crederanno (Matteo 27, 41).
Le tentazioni sottolineano la sofferta possibilità di Cristo
di fare scelte, e in particolare una scelta diversa da quella
che Dio gli propone al momento del battesimo (Matteo, 3, 17.):
Ed ecco una voce dal cielo che disse: ‘ Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto’ (v. anche Marco 1,
11).
Le scelte hanno sempre in sé una componente, per dirla modernamente,
di stress. Così, cose come il non scegliere un cammino di vita
il più possibile tranquillo, il rinunciare a vivere una gloria
meramente umana sono il risultato di una opzione sofferta; per
non parlare di quella ultima, nei Getsemani.
La scelta essenziale che ognuno fa è quella in coscienza di testimoniare
la verità che conosce, nell’altruismo, oppure di andarle contro,
nell’egoismo; cioè di essere giusto oppure peccatore.
Possiamo insomma parlare di un doloroso cammino spirituale dell’uomo
Gesú e di un suo pesante sforzo psicologico per arrivare a scoprire
la sua personalità già perfetta.
È meritatamente ch'egli giunge alla Gloria: si tratta della mèta
di tutta la sua vita, da conquistare. Lotta e prega per questo.
Prega per il genere umano, ma prega in modo particolare per sé,
per riuscire a superare le cattive inclinazioni della carne. È
Dio ed è uomo, ma la sua lotta è come uomo, vero, del tutto eguale
a noi se non per l’assenza in lui del peccato: perché sempre lo
rifiuta. Nel corso della sua vita terrena, la sua ragione, la
sua volontà… tutto quanto è della sua anima deve essere mondato
dall’imperfezione della carne. Nel Battesimo lo Spirito Santo
gli dà Forza per la missione che deve svolgere. Quello stesso
Spirito per cui c’è stata la sua Incarnazione, che consente che
sia tentato per esserne corroborato, quello stesso Spirito divino
abbraccia e sostiene la sua anima umana; nel consacrarlo lo rende
adatto, forte nell’opera di Salvezza che ha da svolgere; senza
togliergli la libertà.
IV - PER CRISTO, E DUNQUE PER IL CRISTIANESIMO, IL DOLORE
IN SÉ È UN BENE?
Nella storia il dolore è stato innalzato da correnti spirituali
a bene cristiano; ma Gesú, come uomo, pregando il Padre di allontanargli,
se possibile, il calice del dolore e della morte, dimostra di
non essere naturalmente orientato a loro. Cristo accetta nel momento
supremo di fare la volontà di Dio e dunque di essere arrestato,
torturato e crocifisso per testimoniare la Verità (la sua Rivelazione)
sino in fondo: in quel momento storico-politico, in quel contesto
sociale e religioso, le sue scelte hanno come conseguenza inevitabile
la tortura e la morte; e Gesú-uomo lo sa e l’accetta; ma in quanto
quei dolori e la morte sono in quel momento necessari alla testimonianza
della Verità
Gesú non è venuto a insegnarci a soffrire per soffrire, ma a
testimoniare la verità, la giustizia, la carità e così indirizzarci
alla gioia, nell’ubbidienza a Dio.
Cristo, è vero, ci dice che chi lo ama deve prendere la sua croce
e seguirlo, ma non dice che si deve andare a cercarla apposta,
come un valore in sé.
La sofferenza è una conseguenza della scelta di carità e, quando
ci arriva addosso inaspettata, quale prova che ci viene data,
essa è uno strumento che ci mette appunto alla prova, perché dimostriamo
il nostro amore a Dio nonostante la sofferenza; e trovando conforto,
quando ci tocchi di portare una croce, col sopportarla in unione
e per amore a Cristo.
Quanto dobbiamo fare è evitare ciò che Gesú condanna: il male.
Il Regno dei Cieli che Cristo ci indica comporta che noi, sulla
terra, cerchiamo per quanto possibile di realizzare con e verso
il prossimo l’Eden qui, nel mondo: cioè la gioia. Dio ci ha dunque
creati per essere felici, non per avere sofferenza. Avere gioia
per la sofferenza che ci aggredisce sarebbe davvero innaturale,
una violenza alla nostra ragione e al nostro istinto.
Gesú dice: “Vegliate!”.
Lo Spirito Santo ci aiuti ponendo nel cuore un desiderio più
grande di preghiera, di studio della Parola. Sì, chiediamo il
sostegno dello Spirito Santo perché aiuti a esercitare il più
possibile quell’amore verso il mondo, quell’amore per la gioia
che Gesú è venuto a insegnarci.