Il nome di una persona ci appare come qualcosa di esteriore
alla persona stessa, infatti possiamo senza dubbio comprendere
la natura degli attributi di un individuo, quali quelli corporei
e spirituali, ciononostante non comprendiamo l'importanza data
a quella presunta "esteriorità" che ci appare essere
il "nome".
II nome che una persona possiede, rimanda generalmente, ai suoi
ganitori che glielo hanno imposto, e dunque il nome esprimere
il fatto che l'individuo non si è auto-creato.
Nel mondo antico la relazione tra persona e nome era molto più
stretta che non quella attuale, ne sono testimonianza i frequenti
cambi di nome dei personaggi biblici in occasione di esperienze
cruciali.
I nomi biblici esprimono più che "l'essenza" di una
persona, la sua "relazione" con il prossimo e con Dio.
Deformare il nome di una persona equivaleva ad alterare il proprio
rapporto con essa, anche ai nostri giorni i nomi vengono sovente
alterati per ironizzare sulle persone che li portano, una corretta
relazione tra persone implica un corretto utilizzo del nome, ciò
vale tanto più per l'uso del nome di Dio.
II terzo comandamento proibisce l'attentato alla dignità della
persona di Dio. L'avverbio ebraico "LASAW" tradotto
con "INVANO", significa in realtà "PER VANITA'","PER
FALSITÀ'".
Nei nostri discorsi di ogni genere: preghiere, predicazioni,
conversazioni, dobbiamo porre attenzione ad evitare qualsiasi
uso superficiale e carnale del nome di Dio, eviteremo con cura
di attribuire a Dio errori, imperfezioni, colpe e così via.
Nell'Antico Testamente, Dio si presenta al Suo popolo con molti
nomi, il più importante è sicuramente quello caratterizzante il
desiderio di fare alleanza con l'uomo: YHWH; altri nomi sono EL,
da solo o nei nomi composti (EL SHADDAI, Dio Onnipotente, Gn.17:1;
EL ELION, Dio Altissimo, Gn.14:18; EL OLAM, Dio d'Eternità, Gn.21:33;
EL GANNA, Dio Geloso, Es. 20:5; EL HAI, Dio Vivente, Giosuè 3:10),
molto spesso troviamo EL riferito a Dio al plurale, ELOHIM (Gn.
1:1, 26; 3:22); ADONAI (Signore, Padrone, Gn. I5:2, 8; l8:3, 27,
30; Es. 23:I7; 34:23), SANTO D'ISRAELE o SANTO (Is. 1:4; 5:19,24;
6; 40:25 ect.).
Tutti i nomi presi in esame rendono conto di alcuni degli attributi
di Dio, e inoltre manifestano il desiderio di Dio di essere conosciuto
e invocato (Gioele 2:32; Salmo 50:15).
Usare il nome di Dio invano significa anche utilizzare l'insegnamento
di Cristo, per fini personali e dunque al di fuori di una corretta
relazione di sottomissione a Dio stesso (2Tim. 2:I9; 1Pietro 1:17).
FORME D'ABUSO DEL NOME DI DIO:
1) IL GIURAMENTO.
Il giuramento è considerato nell'Antico Testamento come un fatto
positivo (Is. 19:l8; 65:16; Ger. 12:16 ; Deut. 6:13); è invece
considerato abominevole giurare nel nome di un Dio che non sia
l'Eterno (Lv. 19:12; Ger. 5:7).
Si ritiene che Cristo abbia mutato tale uso (Matteo 5:34 e Gc.
5:12), in realtà ciò che nel NT è vietato è il giuramento fatto
invocando a testimoni il cielo (in quanto dimora di Dio), la terra
(quale sgabello dei Suoi piedi) ect.; più precisamente Gesù Cristo
censura quei giuramento che hanno solo l'apparenza di essere tali,
e che certuni utilizzavano per ingannare il prossimo ritenendo
che non essendo pronunciato il nome di Dio, non si incorresse
in una trasgressione del 3° comandamento.
In brani quali Rom. 1:9 e 2 Cor. 1:23 Paolo fa uso di formule
di giuramento, allo scopo di donare maggiore solennità alle proprie
affermazioni, pertanto i credenti in circostanze simili (davanti
ad un tribunale ad esempio) possono indubbiamente esprimere formule
di giuramento.
2) LA BESTEMMIA.
Intendiamo la bestemmia nella duplice accezione di insulto a
Dio e indifferenza a Dio. Anche l'idolatria è da intendersi come
un insulto a Dio (Is.65:7). Un caso di indifferenza nei confronti
della grazia salvifica è la bestemmia contro lo Spirito Santo.
3) MAGIA DEL NOME.
Utilizzare il nome di Dio quasi fosse una sorta di talismano
è pratica anch'essa errata. Pensiamo a tutti gli usi indebiti
del nome di Gesù a fini magici, quasi che questo nome potesse
avere un'efficacia a prescindere dalla fede (vedi il caso degli
esorcisti giudei in Atti 19:13-16).
4) ABUSO DEL NOME.
Usare il nome dì Dio per ratificare propri discorsi e fantasie
profetiche è altresì errato. L'Antico Testamento in particolare
contiene dure requisitorie contro i falsi profeti, i quali ingannavano
il popolo di Israele e di Giuda che versavano in una situazione
di grave ribellione nei confronti di Dio, proponendo un messaggio
che avallava taale situazione.
Abbiamo già detto che il desiderio di Dio è quello di essere
invocato, in Cristo ci è rivelata la vera natura del nome di Dio,
ossia il Suo desiderio di salvare e di essere partner dell'uomo:
"se con la bocca avrai confessato il nome del Cristo e con
il cuore avrai creduto sarai salvato" (Rom. 10:9).
NOTA:
Il nome di Dio, YHWH, appare in composti, nei quali è espressa
la relazione dell'uomo con la rivelazione della provvidenza e
della salvezza divine: YAHWEH- JIRE', l'Eterno Provvederà Gen.
22:13-14; YAHWEH-RAFA, l'Eterno che ti guarisce Es. 15:26; YAHWEH-NISSI,
l'Eterno mia bandiera Es. 17:15; YAHWEH-SHALOM, Eterno pace Giud.
6:24; YAHWEH-RAAH, l'Eterno mio pastore Salmo 23:1; YAHWEH-TSIDKENU,
l'Eterno nostra Giustizia Ger. 23:6.
Bisogna qui dire una parola sul valore etimologico del nome Javé.
Si afferma di solito, poggiando su Esodo 3:14, che esso significa
"Egli è", "Io -sono ciò che sono" è in ebraico
'ehyeh 'aser 'ehyeh, che proviene dal verbo hayah, che significa
"divenire" o "essere". Dall'equivalente aramaico
hawa' possiamo dedurre che originariamente gli ebrei lo pronunciassero
'ahweh. Perciò al tempo di Mosè 'ahyeh doveva essere pronunciato
'ahweh.
Mosè, andando in Egitto, per dichiarare di Dio che "Egli
è" doveva aver detto Yahweh. Ma se Yahweh indica "Egli
è" dobbiamo pensare che con ciò la parola si riferisse alla
sua esistenza eterna? (Cosi lo intende Orr traducendolo "il
Sussistente" e anche la versione italiana riveduta sostituendolo
con l'Eterno").
A questo modo di procedere si possono tuttavia sollevare due
obbiezioni;
a) II verbo hayah, anziché esprimere l'esistenza ontologica,
ha il senso di "accadere, entrare in un nuovo stato relazionale".
b) II nome Yahweh non è mai usato nei contesti nei quali si afferma
l'eterna esistenza divina come tale, ma piuttosto quando si parla
della sua manifestazione nel contesto dell'alleanza, come abbiamo
già visto. Il che ben si accorda con le affermazioni caratteristiche
del patto: "Io sarò — 'ehyeh — il loro Dio ed essi saranno
— yihyù — mio popolo". Così in Esodo 6,7: "Io sarò per
tè un Dio e tu conoscerai che io sono Iavè", vale a dire:
"II Dio del patto stabilito con il popolo della sua alleanza".
Si sono tuttavia date altre spiegazioni che negano l'interpretazione
"Egli è" in entrambi i sensi precedenti. W.F. Albright
(SAC 16) e D.N. Freedman (JBL 79, II, 1960 pò. 151-156) considerano
Yahweh come una forma hiphil da yahyeh "Egli fa esistere",
traendola dalla frase "Javé Sebaot" (o "Javé degli
eserciti") al quale danno il senso originario di "Egli
fa esistere le schiere".
Tale forma spiegerebbe meglio la vocale iniziale a (che teoricamente
dovrebbe essere nella forma normale yihweh e non yahweh).
Ma una fatale obiezione a questa ipotesi si ha nel fatto che
Javé non e mai usato nell'Antico Testamento per rilevare la funzione
creatrice di Dio; tale nome serve sempre per far risaltare l'idea
del patto. Di più questo verbo non ricorre mai altrove nell'Antico
Testamento nella forma hiphil.
Altri hanno negato che vi sia un nesso tra il verbo "essere"
(hayah), insistendo sul fatto che è difficile spiegare la forma
hawah.
Teophile J. Meek di Toronto (Hebrew Origins, 1960, ed., p. 116)
insiste sulla sua orovenienza da un verbo hawal esistente in arabo
e che significa "soffiare, fischiare". Perciò "Egli-sibila"
sarebbe stato il nome del dio della tempesta riconosciuto nel
deserto sinaitico.
L'autore logicamente attribuisce un'origine politeistica alla
religione di Israele senza riuscire a spiegare come mai tale nome
sia sempre riunito nello schema dell'alleanza in tutto l'Antico
Testamento.